La civiltà degli alberi

Anni Settanta, un campeggio a Positano. Un’auto tedesca con piccolo rimorchio resta incastrata tra due alberi. Un lavorante non riesce a districarla e decide di tagliarne uno, il più piccolo. Orrore dei turisti che lo bloccano, riprendono possesso dell’auto e escono dopo una serie di manovre accorte. Anni Duemila, strade di Roma, capitale del taglio facile. Si abbattono alberi per costruire parcheggi, per lavori metro e percorsi tram, per risparmiare cure e potature calibrate, per “riqualificare aeree” o tirare su qualunque cosa in cemento. La protesta degli abitanti infuriati viene liquidata con un «che sarà mai… si ripiantano». Sfugge che la reazione spontanea di un quartiere è parte di un movimento mondiale che difende proprio gli alberi, dal tiglio sotto casa alle foreste tropicali. E per salvarli ha inventato lotte inconsuete. Sull’Himalaya le donne tribali li abbracciano; in California Julia Butterfly Hill ha vissuto due anni su una sequoia minacciata dalle motoseghe; in Kenya le donne del Greenbelt, nonostante le aggressioni, hanno fermato il taglio di un’area boschiva del parco di Nairobi, deciso per costruire un centro commerciale; a Berlino una protesta di mesi che ha coinvolto anche i bambini, ha salvato gli alberi che costeggiano il tratto più suggestivo della Sprea, ritenuti un rischio per i turisti che affollano i battelli; in Canada sono le nonne a sdraiarsi davanti alle seghe; in India proteggono le mangrovie, difese naturali contro le grandi onde e nursery per i pesci, dagli allevamenti di gamberetti… Lotte locali e campagne internazionali hanno prodotto mutamenti anche nel diritto e nel 2008 è stata emessa la prima condanna per «albericidio» contro un cittadino di Las Vegas che aveva abbattuto 500 alberi che gli impedivano la vista delle mille luci dei casinò della città.
Viviamo infatti una fase storica in cui aumenta la sensibilità verso le altre specie con cui condividiamo la Terra e si diffonde la conoscenza sul ruolo che gli alberi hanno nel mantenere le basi naturali della nostra sopravvivenza. Non sono solo indispensabili per il ciclo dell’acqua, nella dinamica del clima e per conservare la biodiversità ma ci aiutano anche nella piccole opere della vita quotidiana trattenendo il terreno franoso e mitigando l’erosione del suolo provocato dai venti. E danno ombra, dono inestimabile nelle estati sempre più calde. Questa maggiore consapevolezza fa sì che oggi molte più persone prima di tagliare un albero si chiedano se sia davvero necessario. Più in generale proteggere le foreste è diventato un atto di civiltà. Per molti secoli deforestare è stata cosa buona, un’opera di “civilizzazione”. Si ricavava suolo per l’agricoltura, si costruivano abitazioni nei campi e nelle città, navi per i commerci. Lo stato di natura veniva abbandonato, si diventava umani, capaci di religione e cultura. “La città splendente” che i puritani avrebbero costruito seguendo la visione avuta da John Winthrop sulla nave Arabella in rotta verso l’America, era posta in alto, su una collina, ben lontana da selve oscure e stati ferini. I cattolici distruggevano i boschi sacri pagani e il Progresso ha scandito la sua marcia con il rumore dell’albero che cade. Quando gli europei tagliarono gli alberi più alti e antichi del Congo, gli indigeni piansero per la morte dei loro patriarchi.