Elogio della lentezza

«E’ l’ambientalismo del no. Un Nimby, un arcaismo»: la costanza degli abitanti della Val di Susa che non vogliono la linea ferroviaria ad alta velocità non ha il giusto ascolto. Eppure i comitati hanno presentato analisi competenti che dimostrano l’inutilità dell’opera rispetto ai fini che si prefigge, una vita peggiore per gli abitanti e la distruzione di un paesaggio già ferito. All’osservazione «ma in altri Paesi l’hanno fatta, e senza tanti problemi», è facile rispondere: la Francia e la Germania hanno un territorio diverso, più adatto, e da loro le linee locali, a differenza delle nostre, funzionano. Sono tante, pulite e partono in orario. La Tav per l’enormità dei fondi a disposizione attrae interessi forti, leciti e non. Ma la sordità non è dovuta soltanto ad affarismo e mafie o a una politica che segue idee di sviluppo messe in discussione da tempo. L’ostacolo più forte alla comprensione delle lotte no-Tav è un mito moderno: la velocità. Muoversi in fretta in molti casi è utile ma la velocità, una semplice grandezza fisica, ha acquisito oggi un valore in sé che non possiede. La Formula1 automobilistica è il rito che celebra la nuova divinità ma sono sempre più veloci anche il ciclismo, il nuoto, la corsa, la produzione del cibo, i viaggi, la catena di montaggio, il lavoro nei call center, Internet, la vita quotidiana, la globalizzazione …La speculazione finanziaria prospera con i computer veloci e la vita è scandita dall’orologio del mercante. Il binomio modernità-velocità è diventato un’ovvietà condivisa. Per progredire dobbiamo diventare moderni e se siamo moderni amiamo la velocità.
L’Occidente ama il movimento. Aby Warburg, banchiere votato alla cultura, coglieva la novità che spezzava la fissità iconografica egizia e medievale nelle pieghe degli abiti e nel gesto emotivo delle statue greche, ripresi dagli artisti rinascimentali. Quel movimento è diventato velocità con la macchina a vapore ottocentesca, quindi alta velocità che informa di sé ogni aspetto della vita e libera dal pensare e dalle scelte. Non c’è tempo per ascoltare, per valutare costi e benefici di un progetto, per cercare altre soluzioni. Andare avanti, veloci. Ma l’ ‘”inquietudine dell’uomo bianco” ha generato il suo antidoto: rallentare. Negli anni Settanta Aurelio Peccei, il fondatore del Club di Roma, sosteneva la moratoria tecnologica in favore di un lavoro innovativo sulla coscienza umana, troppo poco evoluta per maneggiare tanta potenza senza fare danni. Alla fine del XXI secolo è nato un movimento per la lentezza. Slow Food ha sedi sparse nel mondo, si progettano città lente, proliferano i Festival dedicati a quest’arte. Perché di arte di tratta, e di una ecologia della mente. Se la velocità cantata dai Futuristi è la cifra del mondo che si è illuso di poter dominare la natura, la lentezza può esserlo di una civiltà in sintonia con l’ambiente naturale che lo sostiene. Se non c’entrano la burocrazia o il traffico, l’attesa dà il tempo necessario per pensare e osservare. E può attivare risorse che non sappiamo di avere. Torniamo dunque ad essere lenti per riequilibrare dinamiche naturali e sociali sconvolte da una corsa continua che stravolge fa vita e impedisce di gustarla.