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Obsolescenza programmata - Giuseppina Ciuffreda

Obsolescenza programmata

Il consumismo non esiste da sempre e non è destinato ad essere il nostro futuro. È piuttosto una breve, drammatica parentesi nella storia. La civiltà contadina, e anche le città mercantili, non buttavano nulla. Riparavano, riusavano e, soprattutto, non producevano cose inutili. Persino gli abiti lussuosi di aristocratici e ricchi mercanti venivano trasmessi alla generazione successiva. Ancora negli anni Cinquanta in Italia gli alunni delle elementari celebravano con un tema la «giornata del risparmio» e l’Europa era famosa per i suoi prodotti fatti per durare.
Quando nasce lo shopping e l’usa e getta? Una radice strutturale è l’enorme capacità produttiva delle macchine, in particolare della catena di montaggio motore con il petrolio della rivoluzione industriale made in Usa, generatrice di una quantità mai vista di beni accessibili anche agli operai e al ceto medio, nuovo ampio mercato interno di consumatori costruito aumentando i salari, ma il consumismo vero e proprio si afferma nella seconda metà del Ventesimo secolo. Un passo indietro, agli anni Venti. I produttori di lampadine fanno cartello perché funzionino con un tetto massimo di mille ore grazie a filamenti fragili. Negli anni della Grande Depressione un signore che nessuno ricorda, Bernard London, ha un’idea: dare una scadenza a tutti i prodotti per rilanciare l’economia. Scarso successo. Roosevelt e Keynes hanno idee migliori. Anni Quaranta, i chimici della Dupont mettono a punto un filo più che resistente, il nylon, ma le calze durano troppo. Marcia indietro e ricerca di un materiale meno robusto. Nel dopoguerra dal 1947 al 1953 la crescita economica è forte ma non eterna. Ed è allora che l’industria decide la strategia che apre l’era delle cavallette: l’obsolescenza programmata. Vale a dire produrre beni dalla corta durata stimolando un consumo continuo. Come? Lo sintetizza nel 1954 un designer d’auto, Brooks Stevens: «instillare l’insoddisfazione del bene posseduto e il desiderio di comprare qualcosa di più nuovo prima del necessario». La chiave è la pubblicità: felicità e libertà legati al consumo illimitato. Ma basilari sono il credito facile, la scarsa qualità delle merci e il basso costo che rendono non economico riparare, cambiare modelli e mettere fuori produzione i vecchi, inserire dispositivi tecnologici che bloccano il funzionamento del prodotto secondo cicli di vita stabiliti dal management. L’usa e getta colonizza il mondo. 2003, class action contro Apple. L’iPod non ha pezzi di ricambio, la batteria per esempio, per cui finita la garanzia, devi ricomprarlo. Nel processo i tecnici degli avvocati trovano il chip della breve durata. Apple perde la causa. Racconta tutto «Comprar, tirar, comprar. La Historia segreta de la obsolescencia programada», 2011, il premiatissimo documentario della regista spagnola Cosima Dannoritzer disponibile su Internet (anche una bella puntata de «La storia siamo noi», Rai3). Effetti ambientali e sociali: natura distrutta, lavoro duro per avere un reddito adeguato a un consumo ritenuto indispensabile, tonnellate di rifiuti compresi i tecnologici la cui ultima versione superaccesoriata, sempre troppo per l’uso che ne fa la media degli acquirenti, vive solo per un attimo.