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Giardino e giardinieri - Giuseppina Ciuffreda

Giardino e giardinieri

Quando si scriverà il libro nero del capitalismo (un’enciclopedia, piuttosto) un capitolo esteso sarà sull’imbruttimento del mondo. Gli scempi ambientali e le macellerie sociali anche un elenco infinito di sfregi estetici e spirituali. Territori lacerati da oleodotti e grandi dighe, città deturpate da traffico e cemento, periferie informi e baraccopoli, tonnellate di rifiuti sparsi ovunque e persino isole di plastica nell’oceano, fiumi ridotti a canali di scarico, distrutta una varietà incredibile di flora e fauna, paesaggi storici violati, cielo stellato offuscato, quantità enormi di beni usa e getta che hanno sostituito splendidi artigianati locali, perdita del gusto e del senso estetico, un intrattenimento che deforma l’impulso al gioco dell’ «homo ludens» e relega nei musei del folklore l’elegante cerimonia del tè, «autentico spirito della democrazia orientale» (Kakuzo Okakura). Ma anche i socialismi reali non sono innocenti. E’ un luogo comune di tanta sinistra, e di molti intellettuali progressisti, che la modernità abbia sottratto le masse a condizioni di vita miserevoli e se la bellezza «gocciolando» dai ceti dominanti alla maggioranza della gente scolora, è il prezzo inevitabile di un benessere per tutti. La bellezza resta un privilegio di super ricchi. I beneficiati dal capitalismo consumista, incapaci di riconoscerla, non ne sentiranno la mancanza mentre l’umanità «sottosviluppata» – una categoria inventata negli anni Cinquanta che unifica in negativo società, economie e modi di vita diversi – che per millenni ha prodotto sussistenza e bellezza ne viene privata in nome del progresso. La miseria degrada, non la vita semplice: «Non siamo poveri, siamo di Tepito!», protestano gli abitanti di un villaggio messicano (Wolfgang Sachs, «Archeologia dello sviluppo») e la bellezza, l’arte e la poesia non sono beni secondari ma servono a costruire «un mondo degno di essere vissuto» (Marta C. Nussbaum) sin dall’inizio della storia: le pitture della grotta di Lascaux, il primo flauto, gli amuleti… E poi la potente scultura lignea delle tribù africane che tanto influenza l’arte occidentale del Novecento. Le stoffe esotiche apprezzate dalla moda nate non negli atelier urbani ma nelle comunità indigene e rurali. L’arte piumaria degli lndios dell’Amazzonia esposta nei musei del mondo. I «raffinati arabeschi asimmetrici» e i motivi «di una sottile geometria» delle pitture sui corpi degli indios caduvei descritti da Lévi-Strauss in «Tristi tropici». I tatuaggi dei maori in Oceania e in Africa l’epopea delle perline, codici sociali tradotti in forme e colori o i motivi geometrici policromi con cui le donne Nbele rivestono le abitazioni. Simbolismo e senso della forma e del colore. E ancora l’architettura vernacolare in terra cruda, bella e funzionale, e le sofisticate capanne indigene, archetipo potente di ogni costruzione (Joseph Rykwert, «La casa di Adamo in Paradiso»). In India nel Rajasthan le contadine chine sulla terra indossano monili preziosi e in Orissa le donne dipingono ogni giorno la porta di casa con pittura di riso, la loro preghiera quotidiana. La critica americana Suzi Gablik ricorda la funzione dell’arte nelle comunità primitive dove vive nella quotidianità – tappeti, utensili,tessuti, monili, acconciature, costumi, abitazioni, musica e danza – ed ha sempre un rapporto con le fonti mitiche e archetipiche, con l’integrità della natura, con comunità vitali (The Reenchantment of Art, 1992).