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Nuove città medievali - Giuseppina Ciuffreda

Nuove città medievali

Dallo scorso anno più della metà della popolazione mondiale vive in città. Le megalopoli, spazi esplosivi per i problemi sociali e le condizioni ambientali, sono più di cinquanta ma si ipotizza che nei prossimi anni dovrebbero fermare la loro espansione ed essere affiancate da città medie. Il destino umano sembra comunque annodato in modo permanente alla vita urbana anche se oggi il ruolo guida si concentra in un piccolo numero di città globali (Saskia Sassen) e creative (Richard Florida). La civiltà attuale è urbana. Nata in Europa ha reso egemone l’Occidente e la sua cultura: dominio sulla natura, secolarizzazione, democrazia e alla fine l’unificazione economica e tecnologica del mondo. Ma cosa danno oggi in cambio agglomerati enormi che consumano tre quarti delle risorse mondiali? Finora hi-tech e finanza, gas serra e inquinanti. Le megalopoli sono l’incarnazione finale di una cultura urbana che non conosce la natura. Per Lewis Mumford la città che ha dato impulso alla storia umana è medievale: numero contenuto degli abitanti, partecipazione dei cittadini, artigianato, commercio, rapporto con la campagna. È la vita dei comuni italinai e delle città anseatiche, poi la loro natura cambia. Alla fine dell’Ottocento soltanto Londra, capitale del mondo, contava quasi cinque milioni di abitanti, nella seconda metà del Novecento le megalopoli si moltiplicano. Insalubri, poco gestibili, fragili e parassite, dipendono dall’esterno per l’energia, l’acqua, il cibo. (Stephen Schneider, “Strategia della Genesi”). Durante la Rivoluzione industriale Ebenezer Howard immagina città-giardino (“Tomorrow: A Peaceful Path to Real Reform”) e la prima, Letchworth, venne costruita a sud di Londra nel 1903. Tracce ancora nelle migliaia di case popolari progettate da Bruno Taut a Berlino (1925-33). La tendenza è ripresa negli anni Duemila. L’architettura eco-vernacolare progetta quartieri e città ecologiche in Europa, negli Emirati arabi, in Cina, Russia e Giappone. Gli orti e il verde tornano nei centri urbani ma in molti li abbandonano. In Gran Bretagna per la prima volta il numero dei fuggiaschi verso piccoli comuni, eco villaggi e borghi è maggiore degli inurbati. La crisi recente degli Stati Uniti e dell’Europa non segna la fine del modello urbano. Nel mondo, Brasile Russia India Cina Sudafrica (Brics) si arricchiscono seguendo lo stesso percorso occidentale, con variazioni locali, in Cina un capitalismo del partito-stato. Ma le dinamiche vitali abbandonano la città: l’innovazione di cui abbiamo bisogno nasce a contatto con la natura. Politici, economisti, finanzieri e intellettuali hanno una formazione culturale urbana e non capiscono la gravità dei problemi ambientali. Imperi sono scomparsi per cattiva gestione delle acque o per la deforestazione ma le civiltà a volte “preferiscono morire piuttosto che cambiare” (Diamond Jared,”Collasso”). E appena iniziata una fase di ritorno alla natura con al centro l’acqua, il cibo, l’agricoltura, l’energia solare che avrà bisogno di tempi lunghi per sanare lo squilibrio della biosfera ma in Brasile è già nata la città del futuro. Curitiba ripropone i centri urbani medievali in forme contemporanee: dimensione contenuta, ecologia e politiche sociali, partecipazione. Non a caso è figlia del “modernismo brasiliano”, una speciale modernità che ha saputo unire la cultura delle avanguardie europee con i saperi e le arti popolari.