La natura esiste ancora

Naturale è un aggettivo consumato per chi sostiene che “tutto è ormai cultura”, un’affermazione che esalta l’azione umana millenaria e crede nel primato assoluto della nostra specie. Ma la Tèrra ha ancora intere aree selvagge, anzi il selvatico, «integrità dove pulsa la vita», è ovunque pronto a manifestarsi (Gary Snyder), e la natura è tanto poco domesticata che, sconvolta da attività umane poco colte, sta colpendo milioni di persone con disastri sottovalutati destinati a mutare profondamente la nostra esistenza. È vero però che la percepiamo attraverso filtri culturali.
Scienza, religione, poesia, arte, attività produttive e dinamiche sociali concorrono a formare i concetti-identità di un’epoca, che hanno tutti una data di nascita e una di morte, a volte solo apparente perché le idee sono mobili: appaiono, scompaiono, si ripropongono (Ivan lllich, A.0.Lovejoy). Oggi grazie a un’umanità pioniera non ancora maggioranza ma lievito vivificante sta declinando un’idea di natura nata in Occidente, un emisfero planetario che crede in una sola vita e la vuole vivere dominando. La scienza e la tecnologia sono state lo strumento principe di un percorso che accelera con la modernità. La natura viene osservata da uno sguardo patriarcale che vuole soggiogare quella forza matrigna, «rossa nei denti e negli artigli» (Alfred Ten­ nyson). L’unità della creazione si spezza, si studiano frammenti, sedimentano specialismi, il positivismo fine Ottocento permane fino all’attuale «riduzionismo genetico» (Carolyn Merchant­ Evelyn Fox Keller). Ma è un percorso non lineare. Interessanti gli studi di Frances Yates. Secondo la storica inglese la scienza nasce depurata da elementi culturali che hanno segnato profondamente il Rinascimento – l’ermetismo, la magia ficiniana, la cabala di Pico – per sfuggire ai roghi cui Riforma e Controriforma condannavano gli eretici: per protestanti e cattolici l’uomo vive in un creato privo di spiriti e dei. Scompaiono Viriditas, la forza verde della vita intuita da Ildegarda di Bingen, e l’Anima Mundi, Dio nella natura per Giordano Bruno. La natura diventa un materiale da manipolare che ha valore se trasformato dalla cultura umana, un’idea esportata nei secoli in tutto il mondo con il colonialismo, il commercio, le guerre, la globalizzazione economica, e condivisa anche dalla sinistra figlia della rivoluzione industriale. Successi clamorosi poi le crisi ambientali gravissime esplose nel Novecento. Nascono nuove sensibilità, altri concetti filosofici, conoscenze scientifiche che riprendono un pensiero interrotto e recuperano saperi antichi: la natura toma a vivere. Cambiano le parole chiave della cultura, mutano le discipline e le tecnologie. Siamo solo una specie accanto alle altre, dipendiamo dall’equilibrio dell’ecosistema planetario, un tutto interconnesso (Alexander von Humboldt e i Romantici), e il limite imposto all’azione umana dai tempi lunghi di rigenerazione della natura confligge con il consumismo di miliardi di persone e con il dogma economico della crescita misurata dal Prodotto interno lordo (Pil). Le alternative che possono creare una ricchezza diffusa senza distruggere natura e società nascono oggi da questa consapevolezza ecologica capace di ottenere «ii massimo benessere con il minimo con­ sumo» (E. F Schumacher), per una vita semplice e condivisa. Dall’ecologia profonda nasce l’economia della moderazione.