Viviamo su un corpo celeste che ha una sua vita ma ce ne accorgiamo solo quando la terra trema o un vulcano erutta. Relegati nei millenni lontani caldo infernale, glaciazioni e collassi, la Terra nella psiche contemporanea sembra permanere ancora immobile al centro dell’universo, nata una volta per tutte e senza più evoluzione, percezioni antiche rafforzate dall’idea moderna di una natura inerte. Nuove immagini faticano ad emergere e vengono ignorate dinamiche date per scontate e altre meno note: ogni giorno il nostro pianeta ruota su se stesso e in un anno gira attorno al Sole, i continenti si allontanano uno dall’altro per la deriva intuita da Atfred L. Weneger, la crosta terrestre scivola, idea di Charles H. Hapgood che entusiasmò Einstein e la Terra è un organismo vivo che regola la sua chimica e il suo metabolismo per mantenere condizioni propizie alla vita, su cui è necessario misurare tutte le attività produttive. Ma anche l’ipotesi Gaia, elaborata negli anni Settanta da James Lovelock e Lynn Margulis e accettata dal consesso scientifico nel 2001, non è ancora entrata nella testa di politici, economisti, tecnici dell’informazione e nella prassi consumista di miliardi di persone: per tutti, il pianeta resta un enorme ipermercato e una miniera che può essere sfruttata all’infinito. Ma strappare alla natura quantità gigantesche di oro, diamanti, carbone, petrolio, gas, rame, stagno, terre rare, uranio, coltan e altri metalli, quali conseguenze ha su Gaia? Conosciamo la fatica dei minatori e i danni inferti all’ambiente e alle popolazioni locali – deforestazione, inquinamento, distruzione di comunità, guerre – ma non quanto colpisca l’ecosistema planetario questo scavo continuo e diffuso che penetra per chilometri con tecniche sempre più invasive, ultimo il fracking che per aumentare l’estrazione di petrolio e di gas provoca fratture nello strato roccioso. Le corporation rassicurano, i primitivi ( nativi??) mettono in guardia. Gli U’wa, indigeni colombiani delle Ande, vivono nella foresta in contatto con i loro sciamani riuniti sulla cima della montagna ma per difendersi con efficacia usano anche Internet e mandano giovani a studiare giurisprudenza. L’unico modo per entrare nel loro territorio è salire su una sorta di canestro e “volare” su un fiume perché non vogliono strade e ponti, opere che annunciano uno sviluppo che non amano. Per anni hanno fermato le trivelle della Oxy convinti che il petrolio sia “il sangue della Pachamama” e il prelievo continuo una emorragia che esaurisce Madre Terra – ma anche Naomi Klein in un reportage sul disastro nel Golfo del Messico scrive di un “sanguinamento”. L’immaginazione poetica intuisce. Nel “Signore degli anelli” Tolkien racconta la passione dei nani – fabbri e gioiellieri – per i metalli e le pietre preziose, soprattutto per il Mithril, un materiale elfico simile all’argento, leggerissimo e resistente che lavoravano magistralmente. Forgiano anche una cotta per lo hobbit Bilbo Baggins che a sua volta la dona al nipote Frodo, destinato a distruggere l’anello del potere nell’abisso del Monte Fato nel reame di Sauron, l’Oscuro Signore. I nani saccheggiano una miniera dopo l’altra e alla fine ne resta soltanto una. Avidi e ciechi, scavano sempre più in profondità finché ridestano il “Flagello di Durin”, un terribile servitore di Sauron. Padrona del fuoco, la nera forma che incute angoscia e terrore distrugge il loro regno.