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Polonia una nazione fuorilegge - Giuseppina Ciuffreda
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Polonia una nazione fuorilegge

Ai cantieri navali, di nuovo faccia a faccia



Sono entrati nei cantieri e hanno cominciato lo sciopero, anche questa volta. Le facce decise e il numero li abbiamo visti nelle immagini trasmesse durante il telegiornale. Tanti, compatti, dietro al cancelli coperti di striscioni di  Solidarnosc.   Mentre   scriviamo  questo «Speciale Polonia» Jaruzelski ha militarizzato i cantieri navali, la polizia ha caricato,  si  parla di centinaia di feriti, di morti. Danzica e il litorale sono paralizzati dallo sciopero generale Indetto dal comitato di sciopero che lunedì stesso, primo giorno di protesta, si è formato all’interno dei cantieri. I giovani sono nelle strade, davanti al cancello  due dei cantieri  navali –    a  un  passo  dal  monumento delle tre croci eretto  In  memoria delle vittime del ’70 – nella città vecchia, poco distante, nel quartiere operalo di Wrzeszcz dove Solildarnosc aveva la sua sede, dove si riuniva la commissione nazionale.  La  gente  di ogni età ha aspettato la fine del turno due per salutare gli  operai che uscivano, incoraggiarli alzando le mani con le dita  a  V In segno di vittoria, cantando insieme    l’inno   nazionale   e  il «Dio salvi la Polonia». Quando Jaruzelski ha deciso di definire una  volta  per  tutte la questione dei sindacati, presentando all’approvazione del parlamento una nuova legge sindacale che scioglieva Solidarnosc e autorizzava la formazione di un sindacato unico d’Impresa, sapeva certo che l’operazione  non  sarebbe  passata tranquillamente.  Una  qualche reazione  di Solidarnosc clandestina, del giovani, degli operai doveva metterla in conto. Non sappiamo quanto resisteranno a Danzica, se la protesta si estenderà, se i militari interverranno con il pugno di ferro, come nel dicembre contro i minatori della Wujek. Ma anche se ai cantieri saranno sconfitti, come a dicembre, l’operazione tentata da Jaruzelski In questo momento mostra la sua debolezza. Preparata da mesi, alimentata dalla stampa e dalle dichiarazioni dei Rakowski e degli Urban, l’azione dei militari tendeva ad allentare i legami tra la popolazione e i dirigenti sindacali internati, accusati di essere responsabili del disastro polacco e della conseguente reazione dei militari, tacciati di terrorismo e di complicità con «le centrali internazionali che vogliono rovesciare il sistema socialista». Compiuta questa prima fase la costruzione di una nuova edizione di Solidarnosc poteva passare attraverso la mediazione della chiesa e degli elementi più moderati del sindacato. Ma i tasselli non si sono incastrati. Al di là di ogni previsione il legame tra la  popolazione e gli internati non si è consumato. Solidarnosc clandestina è cresciuta, la chiesa non è scesa ai compromessi sperati da Jaruzelski, nessun leader sindacale, Lech Walesa tra i primi, si è reso disponibile, preferendo prigione e clandestinità ai benefici del regime. Perdere la faccia in Polonia conta ancora qualcosa. Il generale ha allora deciso di passare sopra ad ogni residua diplomazia o furbizia rassicurato dal rinvio del pagamenti accordatogli dalle banche occidentali e dal via libera del Cremlino. L’accusa ai sei membri del disciolto Kor – Michnik, Kuron, Litynski,  Wujec, Lipski e Chojecki – di aver tentato di rovesciare il sistema con la forza e la delegalizzazione di Solidarnosc sono state le mosse portate dopo le manifestazioni della fine  di  agosto, per l’anniversario della firma degli accordi di Danzica. Se una reazione è stata certamente messa In conto, gli avvenimenti che hanno accompagnato l’approvazione della nuova legge hanno rivelato che il consenso  attorno  al  generale è ancora  più  debole  del previsto. Intanto in un  parlamento  addomesticato ed epurato, deputati hanno votato contro, si sono astenuti, hanno parlato con  toni accesi ed accorati. Il prof. Szezeponski, una delle poche personalità che non hanno abbandonato il Poup e il  regime dopo la nascita di Solidarnosc e il golpe, ha votato contro del tutto inaspettatamente. Due ministri si sono dimessi per protesta. Poi Danzica,  gli operai.  Ancora una volta hanno detto  no, non ci stiamo. Solidarnosc clandestina prima dell’approvazione della legge, aveva dato l’indicazione di non protestare nelle strade, di evitare scontri. Decidiamo  noi  quando reagire, era scritto sul  comunicato,  non cl facciamo imporre scadenze dall’avversario.  Ed   ha   indetto lo sciopero generale per il 10 novembre. Una data scelta, ma forse troppo lontana per  gli operai dei cantieri dove Solidarnosc è nata. A Danzica si dice che nei cantieri c’è Bogdan Lis, uno del tre leader clandestini più prestigiosi ancora latitanti dopo l’arresto di Frasyniuk, leader della Bassa Slesia. Lis è li responsabile del litorale. Non so se è nel cantieri perché non può abbandonare gli operai – ai cantieri lavora anche lui – una volta scattato lo sciopero o se è favorevole ad una risposta immediata alla messa fuori legge di Solidarnosc. Non c’è una tendenza omogenea nella struttura di coordinamento clandestino provvisoria e la discussione sulla scadenza dello sciopero generale,iniziata da mesi, è stata accesa. Se tutti sono  d’accordo che lo sciopero generale è un’arma da usare con grande cautela, sui tempi e sulle modalità le ipotesi divergono. Non   c’è dubbio comunque che la maggioranza del sindacato clandestino, soprattutto dopo  gli  ultimi  arresti  e dopo I ‘offensiva del regime concretizzatasi nella messa fuori legge di Solidarnosc e con il processo al Kor, preferirebbe aspettare e lavorare con tempi più lunghi, riorganizzando idee e strutture. Una lotta dai tempi lunghi, che non corre dietro alle scadenze imposte dalla repressione e dai militari, che risponde nelle strade con la consapevolezza di doverlo fare solo per dimostrare di esistere, puntando alla costruzione di legami tra la popolazione -sviluppando quella solidarietà con «s» minuscola di tutti i giorni perché cl sia quella con la «s» maiuscola, scrive Dawid Warzsawski nel suo articolo – strutture alternative sperimentate in altre occupazioni. Un lavoro difficile i cui frutti maturano  lentamente, che deve fare i conti con la stanchezza della gente, con l’esasperazione,  con  le provocazioni continue di  piccoli funzionari, di Zomo, di generali. Con la mancanza di cibo e di vestiario, con le difficoltà a sopravvivere quotidianamente. Con la prigione, i licenziamenti, le decisioni giorno per giorno su cosa va boicottato e dove invece è necessario Intervenire. Con pazienza e tenacia. E’ il lavoro del Kor dal ’76 (non scendiamo nelle strade ma formiamo il nostro  comitato), di Solidarnosc che ha gestito la rabbia soffocata per trent’anni incanalandola verso un progetto  comune,  una edificazione nazionale  e  solidale.  Ma  Il  Kor è sotto processo e Solidarnosc è fuori legge. I generali preferiscono  avere  a  che  fare direttamente con la rabbia della gente, dei giovani, degli operai, contro cui lanciare i reparti di Zomo, sicuri che i danni non saranno molti, perché Solidarnosc in 16 mesi di esistenza ufficiale e dieci di lotta clandestina non violenza, non ha organizzato gruppi terroristici, non vuole nessuno scontro armato. Usare le armi del nemico, scrivono i Kos, vuol dire diventare come loro. A Danzica, senza armi ma decisi a difendersi e comunque ad esprimere la loro volontà di riavere Solidarnosc, gli operai dei cantieri  sono  di  nuovo  faccia a faccia con gli Zomo, con il regime. Come nell’agosto, come nel dicembre. Come prima, nel ’70. Il generale davanti a questi operai che dice di rappresentare scatena contro di loro la milizia, per difendere la Polonia socialista. Il Kor parlava con la Cia, Solidarnosc era un covo di estremisti e di spie. E i cantieri di Danzica, gli operai chiusi dentro con la faccia decisa e gli occhi profondi di chi ha visto abbastanza sangue e paura in nome della difesa della Polonia socialista, da chi sono pagati o che cosa non hanno capito?

Il manifesto La Talpa giovedì, supplemento, 14 ottobre 1982




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