La condivisione della conoscenza e la conseguente battaglia contro brevetti, copyright, marchi, censure esplosa su Internet è un contenzioso antico come la libertà di parola e d’informazione. Dagli scambi internazionali della Royal Society inglese alla guerra fredda che ha bloccato intellettuali e scienziati, alla politica delle multinazionali e delle grandi imprese, alla controversa protezione della privacy. Una storia di musica e copyright. Donga, uno dei maestri della musica popolare brasiliana, nel 1917 incide per la prima volta un samba, il famoso “Pelo Telefone”. La telefonata è del capo della polizia a un sambista perché intervenga nei tumulti per il gioco d’azzardo. Diritti d’autore a Donga e a Mauro de Almeida, coautore. Con l’incisione la musica popolare brasiliana si diffonde e con il copyright diventa professione, tra polemiche furiose esplose nei santuari musicali carioca: il samba è una creazione collettiva e non individuale. La regista Rosyane Trotta nel 2002 scrive un testo “O homen que vendem o samba” (Ho potuto seguire la prima lettura del copione fatta dall’autrice con gli attori del teatro negro di Salvador de Bahia). Era giusto aver reso prodotto commerciale una musica nata per la festa delle comunità nere e che Donga ne abbia anche riscosso i diritti d’auto re? Il samba viveva infatti a Rio de Janeiro nelle comunità degli afrobrasiliani emigrati da Salvador de Bahia, dove era nato legato al candomblè. La musica, e anche le idee, l’arte, le innovazioni, non é una creazione improvvisa e isolata, nasce sempre da una realtà collettiva, presente e passata, dal lavoro di gruppi talentuosi ma è anche vero che esiste un contributo individuale alla creatività sociale. Come riconoscerlo e come evita re l’appropriazione e la continua riduzione a merce di attività nate per altri fini? I beni che per la loro funzione insostituibile hanno tutti i crismi per essere definiti beni comuni dell’umanità, e proprio per questo non possono essere regolati dal mercato, sono i beni naturali che garantiscono la sussistenza delle comunità indigene e rurali, la sopravvivenza dell’umanità intera e la stessa permanenza della vita sulla Terra; e per la loro difesa da anni si muovono milioni di persone nel mondo. Sono beni che non appartengono ai privati e nemmeno allo stato e devono essere usati da tutti i soggetti sociali, comprese le comunità, in modo da garantirne la rigenerazione.
Ci sono poi altri beni vicini ai beni comuni naturali: le piante alimentari e medicinali usate dalle comunità indigene; il paesaggio, incarnazione del rapporto sapiente tra lavoro, vita e natura ed effetto di un “Buon Governo” che vuole il bene comune (Ambrogio Lorenzetti, affreschi a Siena); il patrimonio storico artistico e culturale. Altri beni che pure arricchiscono la vita, aumentano il welfare e perseguono il bene comune, hanno invece una sostanza diversa. Il lavoro, ad esempio: può essere un diritto/dovere, una maledizione/realizzazione, un semplice strumento per avere un reddito e l’araba fenice quando è scarso. O l’istruzione e la sanità. Bisogna dunque distinguere e smettere di scambiare la politica dei beni comuni con l’abolizione della proprietà privata dei programmi comunisti, altrimenti l’ideologia forza la realtà e sembrano attuali obiettivi in realtà soltanto tendenze che, per affermarsi, hanno bisogno dell’evoluzione della mentalità collettiva, un mutamento profondo dai tempi lenti.