Il lavoro del XXI secolo secondo i tecnici della globalizzazione deve essere flessibile, iperproduttivo e soprattutto mobile. Volere imprese locali e vivere nello stesso posto a un passo dalla famiglia, dagli amici, da un paesaggio amato sarebbe un arcaismo che ostacola il progresso. È la favola del cittadino global, oggi qua domani là, buona per privilegiati di ogni Paese che hanno radici ben piantate in una comunità transnazionale di affini, e per i caratteri avventurosi che si lanciano nel mondo nonostante le avversità. In America si cambia lavoro spesso e ci si sposta da sempre, ricordano gli esperti: perché protestare? I popoli sono diversi e la varietà è un valore, ma ci si ostina a inventare ricette valide per tutte le nazioni. In Italia, dove i giovani già da tempo si muovono dietro al lavoro, la mobilità permanente passa sopra a problemi gravi e a sentimenti importanti: la mancanza di servizi, i mezzi di trasporto che non funzionano, l’investimento emotivo enorme sulla famiglia, tradizionale e allargata, il ruolo delle relazioni amicali, l’attaccamento alla propria casa messa su con sacrificio. Non è una resistenza solo di noi meridionali d’Europa, anche popoli insospettabili non amano allontanarsi. Gli inglesi hanno colonizzato il mondo con appena un pugno di uomini che appena insediati si affrettavano a ricreare un angolo d’Inghilterra. E i berlinesi non vogliono lasciare nemmeno il quartiere dove sono nati.
Nomadismo negato? Si dimentica che quando i cacciatori indiani si spostavano dietro ai bisonti, era in viaggio l’intera comunità. Accampamenti di centinaia e perfino di migliaia di guerrieri, donne, vecchi e bambini venivano smontati in pochi minuti e rimontati poi velocemente, pronti per l’intensa vita sociale della tribù (George Catlin, “Il popolo dei pellerossa”). Da quando l’umanità è diventata agricola e stanziale, è rimasta certo una traccia, una tensione archetipica tra movimento e stasi; si viaggia volentieri ma si migra per necessità.
Povertà, guerre, emergenze ambientali, persecuzioni politiche e religiose, disoccupazione. I migranti dell’obbligo restano nella comunità d’origine, sopportano di tutto per i figli e quando ne hanno l’opportunità tornano a casa. L’umanità vuole ancora radici terrene. Parliamo dunque dei lavoratori e non del lavoro. I soggetti siamo noi tutti con la nostra vita, persone in carne e ossa che soffrono, amano e sperano, individui che i sistemi sempre sacrificano all’ideologia che incarnano. La globalizzazione economica, voluta e gestita da minoranze potenti e inaccessibili convinte che solo pochi ed esperti possano governare il mondo, non fa eccezione: definisce il lavoro e ignora i lavoratori. Nel liberalismo sin dal Settecento c’era un legame tra l’abolizione dei vincoli al libero mercato, le libertà politiche e i diritti degli uomini (un esempio, il free market e l’impegno progressista dei Whigs inglesi), connessione persa dal neo liberismo nel XX secolo. La politica è così cambiata che si fa fatica a ricordare la sua missione: favorire le condizioni che consentano agli individui di vivere e convivere tra loro, di esprimere la propria qualità per realizzare se stessi e arricchire la comunità. La modernità occidentale si è identificata con la costruzione storica dell’individuo, libero di scegliere e soggetto di diritti universali. Ma oggi la stessa modernità è negata in nome della modernizzazione.