Per millenni il cielo stellato ha scandito la vita dell’umanità. In un mondo senza luce artificiale, la volta celeste dava orientamento e suscitava emozioni. Si scrutava il cielo per conoscere e prevedere. Gli aztechi videro divinità bianche in arrivo e gli incas la fine della loro civiltà. I magi seguirono una cometa. Oggi più della metà della popolazione mondiale vive nelle città dove l’inquinamento ha scolorito il blu e appannato le stelle, mentre l’attenzione umana è diretta altrove, è più terrena. Ma non tutto è perduto. Pionieri tornano a osservare le nuvole e gli astrofisici continuano a interrogarsi sulla natura del cosmo, una speculazione aerea che ha effetti potenti sulla storia: ricordiamo il passaggio da Tolomeo a Copernico. Il mondo secondo la comunità scientifica, anche se non si sa quale energia l’abbia innestato, è nato da un Big Bang, l’esplosione avvenuta 14 miliardi di
anni fa cui è seguita un’espansione continua, ma sin dagli anni Cinquanta si costruiscono altre cosmologie. Fred Hoyle, fondatore dell’Istituto di Astronomia a Cambridge, ha sostenuto ad esempio l’universo stazionario. Secondo il grande scienziato inglese, eterodosso e ironico – è lui che ha inventato la definizione Big Bang (“grande botto”) durante un’intervista della Bbc – l’universo non ha inizio né fine. Hoyle era anche convinto che la vita si fosse evoluta nello spazio, quindi trasmessa dalle comete.
In tempi più recenti Martin Bojowald, della Pennsylvania State University, indagando sul “prima” del Big Bang ha teorizzato l’esistenza di uno spazio in contrazione. Il nostro mondo sarebbe nato quindi da un “grande rimbalzo”, entro una sequenza infinita di esplosioni e collassi (Le Monde Diplomatique, marzo 2012). L’universo è ciclico con un alternarsi senza interruzioni di contrazione ed espansione anche, nella teoria delle superstringhe, ed ha più dimensioni con leggi proprie. Secondo il modello ciclico dei fisici Paul Steinhardt e Neil Turok il Big Bang non è l’inizio ma un passaggio, un ponte con il passato nella serie di gigantesche collisioni tra il nostro universo e un altro parallelo, con creazione di nuova materia (“Universo senza fine”, Il Saggiatore 2010). Reincarnazione del cosmo. Sintonie tra la nuova fisica e le filosofie orientali le suggeriva anni fa il fisico ambientalista Fritjof Capra (“Il Tao della fisica”, Adelphi 1982). Anche per le ipotesi cicliche possiamo trovare un parallelo mistico: il “respiro di Brahma”. Nei Veda, testi sapienziali induisti, Brahman, sostanza che vibra e realtà assoluta, origina Brahma, suo aspetto manifesto, che respirando crea ciclicamente l’universo, un divenire di miliardi di anni senza inizio né fine.
Noi vivremmo dunque in un respiro cosmico. Sistole e diastole che si ripetono nei cicli della natura e anche in noi: tralasciando la corrispondenza ermetica micro macro, è evidenza millenaria che ogni giorno, per alcune ore, cadiamo addormentati. Nella nuova cosmologia, così vicina a sapienze antiche, uno spazio cosmico dal ritmo ciclico sostituisce l’universo in espansione continua, un modello questo in cui si rispecchia l’attivismo frenetico contemporaneo che non prevede pause: “i soldi non dormono mai”. Il tempo ciclico annuncia, al contrario, azione e ritiro, vita attiva e vita contemplativa, impegno e ozio creativo. Accettare i limiti, le fasi, i cicli e vivere il ritmo. Fine della corsa.