Il prezzo del lavoro

Sul lavorare nell’era del precariato tecnici e politici praticano un riduzionismo che impone a giovani e meno giovani un unico percorso: un lavoro a qualunque condizione, l’ansia per trovarlo e la paura di perderlo. Per i cittadini è la fine del diritto di decidere in che modo vivere, secondo quali desideri e stili di vita. In nome della crisi cancellati definitivamente bisogni esplosi con il ’68, dal «lavorare meno lavorare tutti» a «metà studio metà lavoro» fino al più recente reddito di cittadinanza: «L’esistenza sociale non si esaurisce nel rapporto di lavoro e non coincide con esso» (André Gorz). In pieno edonismo e carrierismo anni Ottanta, il «manifesto» organizzò un convegno di successo, fortemente voluto da Rossana Rossanda, per rispondere a interrogativi anche contrastanti: lavoro come espressione di sé o come maledizione, strumento creativo o mezzo per sopravvivere, base dell’opposizione al capitalismo o antagonismo obsoleto. Volevamo insomma capire quale posto il lavoro dovesse avere nelle dinamiche politiche e nella vita di ognuno. Domande che solo fasi opulente consentono? Torniamo indietro nel tempo, in un’epoca durissima per gli operai, l’Inghilterra dell’Ottocento, «officina del mondo». Ebbene mai come allora sono fiorite critiche, riflessioni, visioni innovative sul lavoro. Non solo le analisi innovative di Marx che gettavano luce sulle dinamiche strutturali tra capitale e lavoro, sull’alienazione del lavoro salariato. Anche vittoriani liberali, cristiani e socialisti impegnati a migliorare le condizioni terribili della classe operaia elaborarono analisi sofisticate dei cambiamenti che il capitalismo commerciale aveva portato sulla qualità del lavoro, nel rapporto tra operai e prodotto della lavorazione e nella loro vita quotidiana. Critica della produzione in serie, valore dell’artigianato e dell’arte popolare, Arts and Crafts come alternativa e un’attenzione ai lavoratori non solo come classe ma come persone intere, esseri umani che soffrono, gioiscono, hanno relazioni, amano la bellezza e sperano una vita migliore. John Ruskin, liberale, esalta la dignità del lavoro e la maestria degli artigiani persa negli opifici, denuncia il degrado delle condizioni dei lavoratori, insegna nel Working Men’s College, la scuola serale per operai creata dal cristiano socialista F.D. Maurice. William Morris, comunista, imprenditore, poeta, romanziere, artista e artigiano mirabile, nelle innumerevoli conferenze che tenute nei centri operai dell’Inghilterra e nel romanzo utopistico «News from Nowhere» racconta la gioia del lavoro creativo, l’arte, la bellezza. Un lavoro è dignitoso e adatto, sostiene, se crea beni utili e belli, se si svolge in un ambiente decente, sia in fabbrica che nelle città (Londra, «un territorio coperto di laidi tuguri») e se consente il giusto riposo. Con intuizioni che precorrono i tempi: «Insegnare a Manchester come disperdere il fumo che produce o a Leeds il modo di liberarsi dei residui di tintura nera senza buttarli nel fiume». Gli operai amavano i suoi «sogni», soprattutto i minatori con cui aveva un rapporto speciale: durante la Grande Depressione (1873-1895) conservarono i suoi romanzi utopistici anche quando avevano venduto tutto.