Economia sì, green un po’ meno

Vive nel mondo un embrione di Green Economy ma capire se un prodotto è davvero ecologico non è facile perché la pubblicità è invasa da bio, green, sostenibile, “fa bene all’ambiente” e “aiutaci a salvare la natura”. Quando il movimento ambientalista è entrato nella storia post seconda guerra mondiale, le imprese sotto accusa lo hanno ignorato e screditato ma dopo la crescita della sensibilità ecologica in milioni di persone la strategia preferita è: imitare. La nuova linea, subito ribattezzata “Greenwashing” da Greenpeace, è stata inaugurata a Rio de Janeiro nel 1992 durante il vertice Onu su ambiente e sviluppo, quando un gruppo di multinazionali lanciarono il Business Council of Sustainable Development. Ne fanno ancora parte Shell, Deutsche Bank, Wal-Mart, Coca Cola e altri colossi che non moltiplicano certo i profitti grazie a una loro anima verde. L’ispiratore era Stephan Schmidheiny, l’imprenditore svizzero dello Swatch, meno noto come erede dell’Eternit. Un processo è ancora in corso a Torino e l’imputazione è omicidio volontario.
L’obiettivo del “lavaggio verde” è duplice: creare un’immagine positiva dell’impresa e celare i danni che procura, ma niente che tocchi il core del business. Centri studio sulla sostenibilità, quartieri generali eco, spruzzate di green sui prodotti, azioni verdi benefiche e un lavoro sofisticato sul linguaggio, con una scelta delle parole lontana dal business vero. Ricerca di fonti d’energia invece che estrazione di petrolio; termovalorizzatori e non inceneritori; taglio selettivo; nucleare “sicuro” e carbone “pulito”…Il tono quindi non è mai rozzo. Fa eccezione il canadese Patrick Moore ma il suo valore per le imprese che lo portano in giro nel mondo come la Madonna Pellegrina è da un’altra parte. Moore è infatti un ex Greenpeace che da 25 anni sulla sua vecchia militanza ha costruito una carriera di consulente lobbista – commercio del legname e nucleare. Dopo i ripensamenti di Bjorn Lomborg, l’ ‘”ambientalista scettico” ora favorevole anche alla carbon tax, è lui l’ambientalista ragionevole da contrapporre agli altri, “anti scienza” , “anti progresso” e pure comunisti. Una scelta di sue “ragionevoli” affermazioni: l’effetto serra è positivo e non dipende dall’uomo, la chimica del PVC non fa male alla salute, gli Ogm sono sicuri e solo loro sfameranno i poveri; le energie da fonti rinnovabili sono troppo costose; il nucleare è sicuro e gli unici effetti negativi di Chernobyl sono 56 morti. Ma si sa, i media amano la polemica ed eccolo rispuntare.
Un altro aspetto della propaganda d’impresa è la contrapposizione, in­ ventata, tra scienziati e un’opinione pubblica disinformata. Sugli Ogm, ad esempio. Ma è stata proprio la Royal Society of Canada a bacchettare i governi troppo permissivi con i produttori ai quali ha chiesto più di 50 precauzioni, e a denunciare la pressione commerciale e i legami non limpidi tra industria Ogm e ricerca. Mentre l’Ipcc, il gruppo dell’Onu che controlla tutta la letteratura scientifica sul clima, nel suo rapporto 2011 molto positivo sulle energie alternative se l’è presa con le «barriere di ordine politico che impediscono di utilizzare interamente questo potenziale».