Dal Nimby al Niaby

«Perché non andare su Arturo a studiare direttamente i resti archeologici?». È la domanda che Salvor Hardin, sindaco del pianeta Terminus,fa a Lord Darwin, ambasciatore del lontano Impero galattico in declino, che ha appena citato le diverse teorie elaborate nell’ultimo millennio sull’origine della specie umana. Ma il notabile, archeologo dilettante, lo ritiene «un inutile vagabondaggio» quando si hanno a disposizione i lavori dei più grandi maestri del passato «da vagliare con un metodo scientifico che porta di sicuro a una conclusione» (lsaac Asimov, “Il ciclo della Fondazione”). Hardin va invece subito al cuore del problema. È un pioniere pragmatico che vede le cause della decadenza e sa che per creare il Secondo Impero bisogna pensare con la propria testa, fuori dalle interpretazioni codificate che tendono a sostituire la realtà, trovando soluzioni valide per i problemi che la popolazione deve man mano affrontare. Preliminare è dunque la ricerca sul campo, vedere con i propri occhi senza preconcetti, come sempre hanno fatto gli innovatori. Charles Darwin e Alfred Russel Wallace non hanno elaborato la teoria dell’evoluzione in biblioteca. Hanno viaggiato, osservato ambienti naturali e poi organizzato le informazioni acquisite nei loro «vagabondaggi ». Se politici e tecnici sobri uscissero oggi dai palazzi per ascoltare le ragioni delle comunità che lottano, potrebbero afferrare la differenza che corre tra le difese corporative e una cura del proprio territorio che ha a cuore l’interesse generale del Paese.
Un tour buono anche per opinionisti: una sincera voglia di capire distingue sempre la buona politica e una informazione credibile. Esercizio di umiltà. Agli intellettuali indiani Anil Agarwal, Vandana Shiva e Ramachandra Guha, l’incontro negli anni Settanta con il movimento tribale Chipko che sull’Himalaya difendeva la foresta abbracciando gli alberi, ha cambiato il modo di pensare e la vita. In Italia le comunità contestano opere inutili profuse a piene mani da amministratori locali e nazionali, denunciate da innumerevoli inchieste: non reggono ad analisi costi-benefici indipendenti, portano benefici soltanto a grandi imprese, banche, mafie e cricche politiche, devastano ambienti naturali e siti storici, distruggono la qualità della vita quotidiana di generazioni, sprecano una enormità di fondi pubblici. Linee veloci e non per pendolari, aeroporti spuntati come funghi, ponti che non servono, inceneritori e discariche fuori legge, taglio selvaggio di alberi e boschi, cemento ovunque, strutture iniziate e mai attive, trivellazioni regalo a imprese petrolifere, rigassificatori piantati senza alcun criterio e altro ancora invece dell’unica infrastruttura necessaria: il risanamento del territorio che frana. Le comunità da anni resistono alle grandi opere. Se si vuole capire la natura dell’antagonismo locale nel proprio Paese bisogna sapere che nel mondo sono centinaia di migliaia i movimenti che avversano lo sviluppo basato sulla crescita misurata dal PIL, grandi opere e libero mercato, un modello che ha creato problemi ambientali e sociali planetari. Quando le lotte esplodono ovunque per motivi simili non sono più un fenomeno localistico: è un movimento globale. L’acronimo per definirle non è quindi Nimby (non nel mio cortile) ma, come rivendicano, Niaby: non vogliamo che accada in nessun cortile.