Il declino della democrazia

Se si segue la ragione e non l’ideologia è evidente che l’Alta velocità in Italia si può fare con utilità di tutti se funzionano i treni locali, se la conformazione del territorio e il paesaggio lo consentono, se corruzione e mafie non portano a costi abnormi. Ma dopo venti anni di resistenze dei valligiani e faticose trattative con controparti certe di aver ragione, le diverse visioni sullo sviluppo di un territorio non sono più al centro della contesa. In Val di Susa oggi è in scena uno scontro di potere. La posta in gioco è se i cittadini, le comunità e i popoli abbiano o no il diritto di decidere quale vita vivere. E questo è un problema nazionale e mondiale: la svolta autoritaria temuta per la violenza della crisi e l’inadeguatezza della politica è già in corso. La democrazia declina. Per l’enorme concentrazione di ricchezza, l’involuzione e la perdita di ruolo dei partiti mutati in comitati d’affari, la debolezza delle neonate democrazie, l’affermazione inaspettata del capitalismo di stato cinese, niente a che vedere con il modello scandinavo o con le altre varianti dello stato sociale europeo.
Quel che davvero eccita e meraviglia “l’Economist”, che al fenomeno non solo cinese ha dedicato un dossier, è una nuova incarnazione del capitalismo che, senza gli intoppi della democrazia e del welfare, cresce sotto la guida di uno stato manager facendo esprimere pienamente la “distruzione creatrice”
teorizzata da Schumpeter. La fase attuale ricorda gli anni ’80 quando Reagan negli Usa e Thatcher in Gran Bretagna stroncarono rispettivamente i controllori di volo e i minatori, vittorie simbolo che inaugurarono l’era neoliberista. Nel duemila un’ideologia oligarchica ritiene l’élite più adatta dei popoli a governare il mondo. Thomas Paine in soffitta. La mattanza di comuni cittadini che a migliaia manifestavano “per un altro mondo possibile” durante il G8 di Genova, ignorata o distorta dai media, e la successiva impunità ne è stato l’esordio mondiale. La Tav dunque si deve fare.«È impossibile tornare indietro» e «non possiamo violare trattati» sostengono anche commentatori non faziosi, ma una linea ferroviaria non è una base Nato, e anche quella non è per sempre. Il treno è stato il mezzo propulsore della Rivoluzione industriale e la locomotiva, simbolo ottocentesco del Progresso,vive ancora nell’immaginario anche se nella realtà quotidiana viaggiano velocissime vetture global con poltrone di pelle umana, direbbe Fantozzi, e tradotte fatiscenti local ad uso popolare. Una metafora efficace dei rapporti di potere nella nostra società. Eppure il treno, più sostenibile di auto e tir, ha una funzione importante per l’economia che rigenera i territori rispettandone le vocazioni praticata da tante attività verdi e da piccole imprese innovative, fulcro produttivo del nostro Paese, denigrate come un residuo arcaico dagli ideologhi del gigantismo e delle fusioni, perché «se non cresci crepi». Si dimentica che le Fs, formalmente società per azioni, in realtà sono di proprietà del Tesoro, quindi di tutti i cittadini, come i fondi europei. I bilanci di Moretti sono discreti, soprattutto se confrontati con le disastrose gestioni precedenti, ma la Corte dei Conti nella sua ultima relazione ha rilevato che lo sono a scapito della mission dell’azienda. Le risorse vengono riversate sulle linee veloci, mentre sono disattese le esigenze della maggioranza della popolazione.