La casa del Ventunesimo secolo

Nonostante i fenomeni meteo estremi, come accaparrarsi gas e petrolio e tenersi stretto il carbone è la strategia ancora prevalente dei governi, lo abbiamo visto nell’ultimo inutile vertice di Durban. Politici di lungo corso e tecnici dell’ultima ora non riescono a immaginare l’uscita definitiva dai combustibili fossili. Potrebbero cominciare dall’edilizia che in Italia non solo ha divorato terreno agricolo e sfregiato un paesaggio storico con edifici informi e capannoni ma è anche al primo posto nel consumo nazionale di energia e nel mondo emette quasi la metà dei gas serra.
L’alternativa esiste: il recupero energetico degli edifici esistenti e una legislazione che favorisca l’eco-architettura, attenta anche alla salute, al territorio e alla bellezza.
Negli ultimi trent’anni sono state costruite nel mondo migliaia di abitazioni ecologiche e nuovi quartieri, come Bed Zed a Londra e Orestad a Copenhagen, sono state ristrutturate e progettate città. La casa del XXI° secolo tende ad essere un organismo vivo e intelligente: una centrale di energia grazie alle fonti alternative di piccola dimensione (Jeremy Rifkin), costruita con materiali locali adatti, anche riciclati, isolata termicamente e ben inserita nel paesaggio, autosufficiente per il cibo con i prodotti di un orto -giardino che può essere concimato con un compost di rifiuti organici recuperati attraverso la raccolta differenziata e irrigato con le acque reflue depurate con le piante o con la piovana raccolta, utile anche per i sanitari.
Le diverse scuole – bioarchitettura, bioclimatica, la nuova progettazione organica di William McDonough, arcologica, steineriana, tradizionale – prendono elementi l’una dall’altra e hanno una caratteristica comune: costruire con la natura, trovando soluzioni appropriate per il clima, il terreno e la cultura locale. I problemi ambientali odierni hanno restituito valore a tecniche pre moderne frutto di un adattamento millenario alle condizioni locali e di una conoscenza profonda dei cicli naturali.
A Bali opera la Bamboo Foundation di Linda Garland che ha ripreso l’uso del bambù. Renzo Piano si è ispirato alle strutture kanak per il suggestivo Centro culturale di Nouméa, in Nuova Caledonia. La pagoda giapponese viene studiata per gli edifici antisismici. Bambù, terra cruda e paglia sono i materiali più usati in Giappone da Kengo Kuma mentre Terunobu Fujimori progetta forme organiche e tetti come pelli con ciuffi di erba cipollina, o rivestimenti su cui cresce il tarassaco. Alberi-finestra, tetti verdi, linee curve e colore animano gli edifici da Mille e una notte del viennese Hundertwasser, un talento particolare che ha amato la natura, l’ecologia e la bellezza ed ha stimolato la collaborazione dei muratori e degli operai. L’adobe, fango e paglia, è una tecnica vernacolare con cui sono state costruite nei secoli meraviglie che possiamo ancora ammirare in Africa e nello Yemen. La paglia viene usata di nuovo negli ecovillaggi europei e americani grazie al movimento per l’autocostruzione. Hassan Fathy, pioniere del recupero della terra cruda per le abitazioni nei paesi poveri, in Egitto ha tirato su il villaggio Gourna insieme alla comunità locale cui reinsegnava l’antica tecnica e l’italiano Fabrizio Carola, una vita architettonica in Africa, ha costruito sempre in terra cruda ospedali, mercati e centri per la ricerca tecnologica tradizionale.