
Rossana Rossanda
Conversazioni a Roma e Berlino
Ho conosciuto tardi Giuseppina Ciuffreda, figura di punta nel frastagliato femminismo romano. Lei era quella che aveva mollato un manrovescio ad un compagno maschio (e non era dei peggiori) per una sua stupida battuta; non era certo una donna che si faceva dominare. Del resto arrivò tardi al femminismo, verso la fine degli anni settanta; che era di difficile dimensione sia per il movimento operaio storico sia anche per la fiammeggiante traccia segnata nel 1968. Esso non è mai stato davvero digerito, la sinistra è morta, fra l’altro, forse proprio per questa sordità.
Come che sia, io me ne sarei andata per la mia strada, segnata dal tradizionale impegno sociale e solo qualche anno dopo avrei conosciuto davvero Giuseppina. Essa già lavorava in una importante istituzione dello stato e io le dissi senza troppo crederci: perché non vieni a lavorare con noi? Sono rimasta stupefatta quando il giorno dopo mi dice: allora d’accordo, vengo domani. E così venne. Lavorammo assieme alcuni anni in via Tomacelli. Non era nella mia stessa lunghezza d’onda ma in qualche modo mi proteggeva dalle difficili vicissitudini di una crisi che cominciava nel collettivo del manifesto e forse più oltre. Io ero grata della sua presenza che noi, come era nostra regola allora, non le impedimmo mai una sua assoluta libertà. Ti faceva seguire anche itinerari del tutti insoliti, irrituali. Adesso non saprei come definire diversamente la sua curiosità anche per certi aspetti misterici dell’esperienza. Mi comunicava: vado qualche giorno in Scozia per una festa del plenilunio. Scrisse sempre quel che voleva: una sola volta ebbi un sussulto di fronte a una troppo evidente differenza di formazione e cultura: riempì una pagina di elogi per i Cavalieri templari. Superavamo sempre dissensi e differenze ma per affetto e protezione l’una per l’altra. Al tumultuoso arrivo della crisi dei valori degli anni ‘68 Giuseppina poneva sempre la sua voce calma e ferma, mai alterata, neanche quando attraverso i corridoi risuonava un suo secco “Ora basta”. Negli stessi anni lavorammo fra un gruppo di amiche a una rivista femminile, Orsaminore, che non so neppure perché si interruppe. Forse ero io a non capire le ragioni delle altre.
Poi partì e l’avrei ritrovata a Berlino all’inizio del secolo. Studiava il tedesco e ci intratteneva sulla coltivazione delle rose del suo balcone. Ma continuava a definirci “le orse” e lei precisava “femmine mediterranee”. Mi accompagnò a conoscere quella città drammatica, mostrandomi le targhette con il nome degli ebrei perseguitati sul selciato nel silenzioso memoriale dello sterminio: la Germania ha avuto il coraggio che alla frivolezza italiana è mancata di riconoscere la sua responsabilità, mentre noi ci riparavamo dietro alle tesi secondo le quali il fascismo era un’altra cosa dalla spietatezza nazista.
La particolarità della nostra più che amicizia fu che non ci capitò mai di soffermarci, e forse neanche di discutere dei dissensi. E anche quando aderì alla tesi dei “beni comuni”, in buona parte strumentalizzata nella polemica contro la classe e lo stato dopo il 1989, che io non condividevo, andò alla ricerca delle origini dei commons: ne stava scrivendo un libro del quale deve essere rimasta più che qualche traccia.
In quegli anni, o subito dopo, la sua vita non semplice conobbe la tragedia: all’inizio di un pesante novembre, suo figlio, che curava da sé una tossicodipendenza, venne arrestato e messo senza soccorso a Regina Coeli. Vi morì. Giuseppina poté vederne soltanto le fotografie, crudelissime, mentre le fu rifiutato di rendergli giustizia.
Tornò ancora a Berlino, malatissima. Non conosco la fase finale della sua malattia. Mi accorgo che evitavamo di scriverci sulle fatiche delle nostre esistenze. Cara Giuseppina, protettrice e amica incondizionata, sempre un passo avanti su sé stessa, sempre in ascolto di quella presenza che mi disse una volta visitando il Pergamon: non so se si debba chiamare Dio, ma che era come un messaggio lasciato nel tempo alle civiltà. Civiltà che lei decifrava con un sorriso sapiente e tollerante, di chi ti capisce e ti accompagna anche in ogni tuo limite.