
Norma Rangeri
Una giornalista atipica al manifesto
Voglio ringraziare Grazia e Giovanna per aver lavorato a realizzare questo nostro incontro. Ce lo eravamo promesso davanti alla chiesa quella triste mattina di luglio in cui abbiamo salutato Giuseppina. Giuseppina ci ha dato tanto ed è naturale che il suo pensiero sia tenuto vivo. In che modo concretamente proseguirà questo lavoro di memoria e di attività non è ancora già definito, ma l’incontro di oggi potrebbe essere un buon inizio.
Non c’è molto da aggiungere al profilo politico-culturale che di Giuseppina ha tracciato Giovanna Ricoveri. Un profilo che si snoda e si annoda con i molti fili dell’esperienza politica del manifesto, che vive dentro quell’esperienza di storia e di politica della sinistra italiana, un’esperienza che per molti versi, invece, Giuseppina sopravanza grazie alla militanza femminista e ambientalista, due ossi duri anche dentro il manifesto. Una militanza femminista che abbiamo sempre condiviso, una militanza ambientalista che invece lei ci ha fatto scoprire portando un contributo culturale innovativo ed eretico anche rispetto all’eresia comunista del manifesto. “Una rimeditazione sociale e politica alla luce del femminismo” come ha scritto Lidia Campagnano.
Una rivoluzione permanente, quella di Giuseppina, nella vita come nelle idee. Una miniera di domande scomode. Per la sinistra. Alla quale lei chiedeva cosa intendesse per cambiamento e come pensasse di ottenerlo “oggi quando sono fuori tempo massimo gli assalti al Palazzo d’inverno (“Perché i centri di potere sono tanti e governano il mondo intero e la rappresentanza politica ha perso ruolo e visione, incapace di autoriformarsi”).
Il femminismo era una chiave di volta anche per rompere con una vecchia idea di partito (Giuseppina era nel Comitato centrale del manifesto) e spingere su una linea più di movimento. E sui movimenti ha sempre continuato a riflettere. Il femminismo come strumento di contaminazione della società. La valenza democratica e rivoluzionaria del piccolo gruppo spiegata in un’assemblea di partito. Le riunioni nella sede romana di via Pomponazzi. Con i bambini, anche il suo, costretti a stare in quelle stanze avvelenate dal fumo, perché essere madre e militare, allora, in un gruppo della sinistra, non erano cose che andassero molto d’accordo.
Nel giornale la sua collocazione agli esteri le era congeniale perché la sua curiosità doveva essere nutrita dall’attraversamento dei confini, prima quelli
dell’Europa dell’Est dopo l’89, poi quelli del sud del mondo per capire i nuovi movimenti dopo la rottura di Seattle. Giuseppina è tornata a scrivere sul manifesto per venti mesi, finché la malattia glielo ha permesso, dall’aprile del 2011 al gennaio del 2013. La rubrica si chiamava “ambiente viziato”, un piccolo gioiello, 60 righe cesellate, ricche di informazioni e di studi, di notizie e di passione. Così come lo era la sua antenata degli anni ‘90, la rubrica “Che aria tira”, dedicata all’ecologia. Perché l’ecologia era il punto di vista, la lente attraverso la quale osservare il mondo di oggi. Frutto di approfonditi studi e lunghi viaggi. Dall’Arizona al Venezuela, dalle Galapagos al Giappone, dai fiori di bergamotto alle balene, ai piccoli parchi di quartiere. Sempre accanto ai poveri del mondo.
Viviamo tempi da homo oeconomicus, scriveva sul manifesto nel 2012, per chiedersi “quale contesto culturale ha formato questa élite che oggi decide della nostra vita. Non è infatti l’attività economica o finanziaria in sé che conduce ad esiti disumani. Mercanti e imprenditori nei secoli hanno fatto anche altro e Adam Smith, il padre nobile del libero mercato, non ha scritto solo i testi sacri dell’economia. La complessità si è dissolta ed è diventato un luogo comune che un bravo tecnico non deve avere emozioni (il televisivo doctor House insegna)”.
La prospettiva di rinnovamento la individuava, come è inevitabile che sia per un’utopista concreta, nella miriade di situazioni di movimento e di lotta “che non possono darsi un’organizzazione tradizionale, strutturata, perché funzionano piuttosto come un organismo denso di energia evolutiva dentro un sistema-mondo che, come scrive Bauman, ‘tende a implodere’ “. Contro “l’archeologia dello sviluppismo industriale”, per rinnovare “lo sguardo urbano attraverso l’esperienza della foresta Amazzonica”. Per uno sviluppo capace di rispondere “all’esigenza dell’intera umanità di salvaguardare il pianeta” (Langer).
Questo pensiero forte ci manca molto perché era un punto di riferimento necessario. Come ci manca molto l’amica, insostituibile Cicerone quando l’andavamo a trovare a Londra o a Berlino. Rimanendo ammirate della sua grande cultura, che coltivava a qualunque prezzo, come quando uscendo da una mostra, poco prima di rientrare in Italia, quando tutti i soldi erano finiti, spese gli ultimi 100 euro in un grande volume dedicato alla biografia di William Morris, poeta, visionario, fondatore del movimento Art and Crafts e poi dell’Art Nouveau, animatore della Lega socialista e tra gli autori di riferimento
del movimento New Age anglosassone.
Giuseppina sarebbe venuta alla manifestazione straordinaria di Roma contro il femminicidio, l’avremmo vista sfilare, ci saremmo fermate all’angolo tra via Cavour e via dei Fori Imperiali e sarebbe stata felice di vedere tante ragazze e ragazzi, testimonianza di una memoria che forse siamo riuscite a trasmettere alle nuove generazioni.
Quelle ragazze più giovani, come Marica, che dei suoi insegnamenti si sono nutrite, decidendo di assegnarle un bellissimo riconoscimento in un freddo pomeriggio di marzo, in Campidoglio, il premio speciale “Carla Ravaioli” in giornalismo ambientale.
Mi mancano le sue lunghe telefonate, quando costretta a stare molto tempo a casa, vedeva la televisione e parlando di televisione si finiva a parlare di politica e del giornale. E anche della Roma, di cui era tifosa. Quando poi ha smesso di scrivere, e le chiedevo quando sarebbe tornata a farlo, lei non diceva mai che era finita, ma che stava leggendo, stava prendendo appunti, stava studiando. Per esempio stava leggendo tutto sullo sviluppo economico del dopoguerra. Penso che dovremmo, insieme all’insostituibile sorella Anna, dedicarci a mettere in ordine il suo archivio e i suoi libri.
Era una sorella vicina e rassicurante, stimolante e affettuosa. Una donna forte come ha dimostrato nell’affrontare la lunga malattia combattendo con fiducia fino all’ultimo. Una persona sorridente, di un sorriso aperto e contagioso, anche se la vita l’aveva messa sempre a dura prova. Prima ragazza madre, poi la morte del giovane figlio, poi la lunga malattia. Ma niente era più forte del suo pensiero positivo, della sua forza vitale, della sua inesauribile voglia di capire in che mondo viviamo.
Per tutto questo dovremmo essere brave a custodire e tramandare quello che lei ci ha regalato.