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Biancamaria Frabotta - Giuseppina Ciuffreda
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Biancamaria Frabotta

Storia di un sodalizio femminista

Ho conosciuto Giuseppina negli anni della scuola, sul marciapiede davanti al Liceo romano Pilo Albertelli. Ma ci scambiammo poche parole. Lei faceva parte di un piccolo drappello di studentesse aderenti alla FGCI, come era ben noto a chi non poteva vantare una militanza di quel tipo e neppure una tradizione famigliare di sinistra. Io appartenevo a questa maggioranza silenziosa e guardavo a quella ragazza dal volto fiero e consapevole con timido rispetto. E forse chissà anche con un pizzico di apprensione. Allora ero una brava ragazza, piena di curiosità, mi ero già fatta promotrice di una conferenza scolastica su “Una vita violenta” di Pasolini che creò un certo scompiglio, ma niente di più. La collaborazione con lei si avviò molto più tardi negli incontri proposti dal manifesto a Roma. Molta acqua era passata sotto i ponti, trascinando con sé la prima ondata sessantottina. Avevo letto I movimenti femministi in Italia, curato da Rosalba Spagnoletti per l’editore Savelli nel 1971 e ne ero rimasta molto impressionata. Gliene parlai e le chiesi se volesse occuparsi di quel problema, mi ascoltò con la diffidenza tipica delle ragazze cresciute nei gruppi giovanili del Partito comunista. Il varo politico nelle organizzazioni femminili dei partiti era guardato con sospetto, come a un impegno di serie B, sia per i soggetti che se ne prendessero carico, tutte donne ovviamente, sia per l’oggetto scelto. Appunto la questione femminile, come era chiamata nella tradizione comunista italiana da Togliatti in poi. Le prestai il libro di Rosalba, precisando: Questa è un’altra storia.
Il primo documento antologizzato era stato scritto dal Gruppo Demau, ovvero, Gruppo Demistificazione Autoritarismo, cui si sarebbe aggiunto l’aggettivo “patriarcale”. Arrivati al paragrafo “Il maschile come valore dominante” a un certo punto si leggeva: “la famiglia è uno dei primi obiettivi di lotta”. Poco dopo si parlava di “personalità autoritaria”, tipica appunto di quelle società che hanno le radici ben piantate nella famiglia. Era evidente che si era pericolosamente fuori dalla tradizione socialista e comunista. Le firmatrici del Demau si chiamavano Lia Cigarini, Daniela Pellegrini, Elena Rasi. Le citazioni, colte e bene argomentate, provenivano da Adorno, Horckheimer, Ferenczi, Levy Strauss, i Manoscritti economici e filosofici 1844 di Marx ed Engels, tutti testi ai quali mi ero avvicinata nel ’68. Giuseppina, che proveniva da studi filosofici, mi disse: Va bene, mi interessa. Cominciò così
un sodalizio che nella nostra vita ebbe un notevole rilievo.
L’arco di anni prestati a questo nuovo modo di far politica, si allungò dal 1970 al 1977, quando la svolta violenta dei movimenti di massa, il dilagare del terrorismo, la strategia della tensione e anche gravi problemi personali allentarono il nostro impegno nel movimento femminista che, fra l’altro, con l’andare del tempo, si andava differenziando sulla base di modi assai diversi di concepire la politica. Giuseppina ed io restammo unite, condividendo l’approccio, il metodo, ma anche glorie e pene che non ci mancarono. Nel movimento femminista, ormai screziato di molteplici sfumature, avevano preso il via pratiche alternative nuovissime per la sinistra, ci si incontrava in “piccoli gruppi” di sole donne, dove il peso della parola, le esperienze vissute nel privato, l’autocoscienza erano fondamentali. Una mescolanza, direi, tra il solidarismo e la psicanalisi, Stati Uniti e rivoluzione culturale cinese – certo non ben conosciuta allora nei suoi risvolti più tragici e vessatori. Su un diverso binario correva il treno, meglio attrezzato nelle mete di arrivo e nelle direzioni giuste per raggiungerle, della politica tradizionale, così come la si poteva vivere nel gruppo del manifesto e nelle varie denominazioni che assunse nel tentativo di dar vita a un partito stabile. Elaborammo allora la cosiddetta «doppia militanza» nel movimento separatista e in un partito politico evidentemente misto.
Fu una scelta difficile e logorante. In noi agiva una pulsione, direi politica, ma anche caratteriale, a creare collegamenti forti, il più possibile unitari, fra le varie anime del femminismo italiano. Ciò che oggi si stenta a capire fu la potente spinta del separatismo, ma anche le profonde contraddizioni emotive che scavò, a causa del bisogno di rendersi indipendenti dagli uomini da una parte e dall’altra l’urgenza dei sentimenti che ad essi ci univano. É arduo scontrarsi con chi si ama o si è amato fino a poco tempo prima. Ripeto: vivemmo una tensione a tratti insopportabile che però ottenne lo straordinario risultato di disinnescare la violenza sotterranea e inconfessata fra i sessi che è oggi all’origine dei ripetuti femminicidi.
L’esito più interessante e credo anche utile del sodalizio fra Giuseppina e me fu la pubblicazione di due libri che avevano il compito di raccogliere documenti, analisi, volantini, canzoni, insomma voci collettive o individuali che ancora oggi vengono cercati e acquistati per via telematica da chi vuole studiare quegli anni pieni di fervore e, permettetemi di dire, di intuizioni nuove. I loro titoli erano: Femminismo e lotta di classe in Italia (1970-1973), Savelli, 1973 e La politica del femminismo (1973-1976), Savelli, 1978. Anche se il lavoro di ricerca e di contatti era svolto da entrambe, Giuseppina me ne lasciava volentieri la cura, mentre discutemmo a lungo le Prefazioni che firmammo entrambe e che nascevano anche dall’apporto appassionato di altre militanti, sparse un po’ in tutta Italia e come noi vicine al manifesto. Fra tutte ricordo con affetto e gratitudine Lidia Campagnano che allora viveva a Milano. A rileggerli oggi questi libri, che allora consideravo quasi come un giusto servizio per noi tutte, mi paiono concettualmente molto più densi di quanto ricordavo. E dovrei ristudiarmeli, per parlarne a ragion veduta. In quegli anni eravamo forse troppo umili. Con la mia amica, con le mie amiche li consideravamo più che altro un’opera buona. Seguire le numerose tracce che erano state già consegnate alla scrittura collettiva o individuale, salvandole dalla dispersione congeniale ai movimenti di massa che crescono spontaneamente, ma poi altrettanto rapidamente declinano, si spengono, oppure entrano in uno stato di latenza da cui si risvegliano con tempi e forme quasi imprevedibili, fu più che una generosa iniziativa. Naturalmente fummo anche molto criticate, come si desume dalla Prefazione che scrissi per la ristampa di Femminismo e lotta di classe nel 1978. E sospettate di voler attuare, magari sotto l’ombrello di un gruppo politico specifico, una sorta di reductio ad unum della pluralità di pensieri e sentimenti che circolavano nel movimento, proprio nel momento in cui si andava diffondendo il cosiddetto “pensiero della differenza”. Ma, per dirla con il mio amato Cattaneo, queste sono le verità volubili che la tirannia della contemporaneità impone, mentre sarebbe assai più utile rispettare le verità parziali, ma sempre aperte al confronto, delle menti associate o anche divise da conflitti dettati dai reciproci miglioramenti. Del resto nel 1976 cominciò una mia svolta di vita, un’attrazione fatale verso la poesia, inizialmente costretta in un’opera ancora una volta “ibrida”, ancora una volta più sociale che letteraria. Mi riferisco a Donne in poesia, un’antologia di poesia femminile del secondo Novecento, edita da Savelli nel 1976 e ristampata nel 1977. E appartenente allo stesso ambito fu la mia partecipazione, più che altro letteraria, alla rivista Orsa minore fortemente voluta e in parte anche ideata da Rossana Rossanda e che durò dall’estate del 1981, per dieci numeri, al marzo del 1983. Nel collettivo di redazione erano presenti: Maria Luisa Boccia, Giuseppina Ciuffreda, Licia Conte, Anna Forcella, io stessa, Manuela Fraire e Rossana Rossanda. Si aggiunsero poi: Franca Chiaromonte, Ida Dominijanni, Tamar Pitch. Ma queste furono altre storie, che dovranno essere altrimenti raccontate.