Dalla democrazia all’oligarchia

A Durban alla fine della conferenza sul cambiamento climatico i governi hanno di nuovo deciso di non decidere. Le crisi finanziarie si susseguono ma le riforme necessarie non si fanno. Perché tanta inerzia? Per capire, focus
sulla abnorme concentrazione di ricchezza nel mondo, un’anomalia che ha modificato in profondità il sistema democratico. Al di là della retorica occidentale la democrazia non è nata perfetta e universale: è soltanto un modello, un’ipotesi da perfezionare e integrare nel tempo, generazione dopo generazione. I pericoli di involuzione insiti nel sistema stesso erano stati individuati già da Alexis de Tocqueville dopo il suo noto viaggio nella neonata democrazia americana (1831-2) e Hannah Arendt ha approfondito la riflessione, spinta dagli imprevisti totalitarismi che hanno lacerato il XX° secolo. Oggi una nuova mutazione è in corso: un ceto mondiale di super ricchj decide il nostro destino e ignora, squalifica e reprime ogni contestazione e ogni alternativa. È un passaggio epocale dalla democrazia all’oligarchia. È difficile affermarlo senza essere accusati di ideologia ma è quanto documentano gli studi fatti negli ultimi anni da apprezzati economisti e politologi. Tra le analisi più recenti “Oligarchy, American Style”, un articolo di Paul Krugman, Nobel per l’economia, pubblicato dal New York Times (3 novembre), e il libro di Jeffrey Sachs “The Price of Civilization” (ottobre 2011).
Krugman parte dai redditi dei ricchi americani cresciuti del 400 per cento dal
1979 al 2005 e afferma che questa ricchezza di un piccolo strato sociale – l’1% evocato dagli indignati – ha a che fare non solo con i mercati ma anche con la politica perché una simile concentrazione «è incompatibile con la democrazia». Si raccontano storie su un’America fatta da “upper middle class” e “lavoratori competenti” in grado di affrontare la competizione mondiale ma la realtà è ” una democrazia solo di nome”, con super ricchi che
lo diventano con l’alta finanza e non producono né impresa né posti di lavoro.
Jeffrey Sachs sembra aver concluso la parabola da economista monetarista padre della transizione al capitalismo in Polonia e nella Russia di Eltsin (la “shock teraphy”) a sostenitore di un’economia mista stile scandinavo, capace di investire in istruzione, salute e giustizia sociale tagliando le spese militari, alzando le tasse ai ricchi, scegliendo le energie rinnovabili. A fianco dei manifestanti di Occupy Wall Street, nel suo libro critica con durezza gli Stati Uniti, un paese preda di “hyper-commercialism” e “corporatocraçy”, diventato «l’epicentro di instabilità finanziaria, paralisi politica e immoralità negli affari». Democratici e Repubblicani difendono super ricchi e benestanti mentre il ceto medio e i poveri non hanno rappresentanza. Sachs denuncia le campagne elettorali miliardarie, il viavai di funzionari (vedi Larry Summers e Robert Rubin) tra Tesoro e banche, Goldman Sachs tra le prime, e lo strapotere di quattro lobbies: le multinazionali del petrolio, l’industria delle armi, Wall Street e le grandi imprese della sanità. Politici, corporations e media, sostiene, insieme hanno creato un’illusione che nasconde la crisi dell’America e del capitalismo globale, incapace finora di garantire «prosperità economica, giustizia sociale e sostenibilità ambientale».