Aldo Garzia

Elogio dell’incoerenza

Ho conosciuto tante Giuseppina nel corso di una frequentazione e di una amicizia lunghe più di quarant’anni. Ricordo la militante comunista del Pci e poi del primo manifesto, in seguito la femminista degli anni Settanta, poi ancora l’appassionata di politica estera, l’ecologista, la ricercatrice di una spiritualità troppo a lungo negata, la vegana. Ogni volta, era un Giuseppina convinta di sé e inedita. Non so quanto rimasse della precedente e come la nuova si amalgamasse con le altre: ma stupiva ogni volta per la sua capacità di rinnovamento. A proposito di vegana, ricordo che un giorno la trovammo nei bagni del giornale semisvenuta. Si scoprì che l’alimentazione che seguiva le dava qualche problema. Non la convincemmo a mangiare carne.
Giuseppina era una che difendeva con i denti le sue idee. Il suo modo di fare, soprattutto negli ultimi anni, era dolce, rude alla romanesca e intransigente allo stesso tempo. Con lei litigavo spesso, accompagnando ogni screzio a una riconciliazione perché Giuseppina – pur nel dissenso – non faceva mai mancare rispetto e amicizia. Io, del resto, la conoscevo da troppo tempo per serbarle eccessivo rancore.
Litigammo soprattutto sulla lettura di quanto accadeva nei paesi dell’Est a iniziare dagli anni Ottanta. Lei era entusiasta di Walesa e Solidarnosc (seguì da vicino la vicenda polacca). Dopo lo divenne di quanto accadeva in Romania e a Mosca. Io tendevo a vedere più la contraddittorietà di quanto avveniva e non la presunta linearità: l’irriformabilità del “socialismo reale”, la sconfitta di Gorbaciov, un processo dettato più da una implosione di sistema che da un progetto politico alternativo. Lei era invece convinta – e forse aveva ragione – che non c’era nulla da salvare dell’esperienza di quelle società. Io, da parte mia, tendevo a leggere con prudenza finanche le modalità con cui era avvenuta la caduta del Muro di Berlino. Per Giuseppina era invece la nascita di una nuova era democratica. Ricordo il suo entusiasmo a questo proposito.
Nelle nostre discussioni emergevano le anime diverse di noi che coabitavamo nello stesso giornale: quella più ortodossa, comunista e ingraiana in cui mi riconoscevo; quella eterodossa, più sensibile ai movimenti e alle novità concettuali di cui era esponente di punta proprio Giuseppina. Voglio ricordare qui un’altra amica/compagna che non c’è più e che le assomigliava
molto nel piglio e nelle sensibilità: Carla Casalini. Lavorare in quegli anni al Manifesto era affascinante pure perché c’erano personalità di notevole spessore che si confrontavano tra loro.
Cosa mi ha insegnato Giuseppina, che ricordo con grande affetto e nostalgia? Per dirla con una battuta: l’elogio dell’incoerenza. Si può e si deve, quando lo si ritiene opportuno, cambiare idee e opinioni. Una cosa è il rigore etico, un’altra l’inossidabile coerenza che il più delle volte non aiuta a pensare. Giuseppina era il contrario della coerenza come metodo.
Sono infine molto soddisfatto che in questa riunione abbiamo avviato una ricerca intorno alla sua biografia e al suo lavoro giornalistico. Le relazioni e gli interventi che ho ascoltato ci hanno fatto capire quanto utili fossero la ricerca teorica e la presunta “incoerenza” di Giuseppina.