Edvige Ricci

La bellezza e l’ecologia

Tante volte è venuta a Pescara, Giuseppina. La prima, nel 1986, in occasione del Convegno europeo, “La Terra ci è data in prestito dai nostri figli”, atto di nascita del movimento politico verde in Italia e non solo. Molti, tra cui Alexander Langer, avevano chiesto a noi pescaresi (ci chiamavamo allora La Mala erba, una delle isole dell’arcipelago ecologista) di ospitare l’appuntamento.
Giuseppina fu sempre presente, nel dibattito generale e nel Forum delle donne verdi, a raccontarsi e a raccontare quanto stava documentando da alcuni anni in Europa e nel mondo, su come cioè fosse “spuntata” l’innovativa urgenza della conversione ecologica. Una finestra luminosa per quelle nostre generazioni che uscivano dalla stagione delle contestazioni del ‘68 e delle sconfitte successive, segnate anche da derive terroristiche. Una specie di nuova scoperta dell’America, con inesplorati sentieri. Una riscrittura del mondo che comprendesse l’ecologia. La necessità di tener conto della Terra, quindi della natura, dei suoi elementi e delle sue leggi, degli altri animali e dei saperi e tradizioni millenarie, per affrontare i problemi delle società degli umani con le loro distorsioni economiche. Per le popolazioni del mondo non sarebbero bastate le rivoluzioni politiche, se non avessero anche tratto, dalla loro millenaria “anima sapienziale”, un nuovo rapporto rispettoso con madre Terra che, per la prima volta, rischiava di veder soccombere l’equilibrio naturale conosciuto. Una politica che doveva tenere aperta la critica alla scienza e la porta alla spiritualità e alla qualità, non limitandosi alle contabilità quantitative.
E poi noi donne. Se col femminismo avevamo già messo in discussione le relazioni “rivoluzionarie” nei gruppi politici degli anni ‘70, nelle riflessioni sull’oikos e sulla necessità di riscrivere anche le relazioni fra gli umani e la natura ritrovammo nuova forza, insieme rivoluzionaria e primaria, in quanto portatrici di quella vita che fa i conti con i ritmi della natura e l’ascolto del corpo e dei corpi. Base materiale di una “critica della scienza” che appariva matura, non solo per fermare il nucleare.
Giuseppina, in quel convegno, ebbe modo di essere presente e intervenire su molti dei temi che avrebbero accompagnato, per sempre, il suo impegno e la sua scrittura.
Lascio alla memoria di ognuna/o la storia della successiva banalizzazione politica di questi contenuti in Italia, insieme alla tragica crisi ideale che le
guerre balcaniche del ’95 crearono nella costruzione europea.
A Pescara, quando sembrò che tutti i pozzi della politica fossero stati avvelenati, in molte/i ritornammo alla militanza associativa. Evitammo quella strettamente ambientalista delle associazioni nazionali, con cui pure si collaborava, preferendo creare gruppi locali, dove si coltivassero certo visioni globali, ma anche relazioni personali e sguardi e interventi territoriali e puntuali. E fra noi donne, in un bel gruppo, volemmo creare anche un’associazione tutta “femminile”. Di ricerca e di lotta. La chiamammo “Mila donnambiente”. L’idea era di liberare la dannunziana “Figlia di Iorio” dal suo patronimico, riconsegnarle nome e libertà di movimento, ispirandoci al passo energico e dignitoso con cui la dipinge lo straordinario Michetti. E con quel passo abbiamo provato ancora a percorrere il campo della libertà e dell’autonomia delle donne, da Srebrenica al fiume Pescara. Certo, per solidarietà, pace, ambiente, ma anche attente a riscoprire e riprendere il filo da tessere con il pensiero col quale le comunità, e in particolare le donne, hanno costruito un rapporto “positivo” e compatibile con la terra abitata e la natura dei luoghi. Su quali radici e simbologie fare i conti per una conversione ecologica non asetticamente “scientifica”, ma “desiderabile” perché non tradisce, ma semmai rinnova e rinforza il legame con il luogo.
Tra le amiche e gli amici ad aiutarci nel cammino, tra le più assidue, Melania Cavelli e Giuseppina Ciuffreda. In particolare con Giuseppina, tra un’iniziativa pubblica per la quale la chiamavamo e l’altra, girammo molto, tra mare e monti, tra fonti e paesi, alla ricerca di luoghi con storie e pratiche femminili, densi di sacralità memoriale. Le piaceva molto la mia Majella e il mio paese originario, Guardiagrele. I palazzi, il paesaggio, gli orafi e gli artigiani, le “sise delle monache”, l’eco di una storia e di una identità che resistono all’anestetizzante modernità tecnologica e commerciale, non nell’arretratezza, ma nella consapevolezza. Ed era, per noi di “Mila”, come tessere relazione con tutte le donne e le storie che Giuseppina aveva conosciuto nel mondo e di cui raccontava da giornalista. Dinanzi alla evidente bellezza di quei luoghi e di quelle relazioni sensate, una delle molle che possono far scattare il bisogno di muoversi vi è certamente il dolore di perderla. E anche su quella “molla” decidemmo, come associazione, di lavorare, riconoscendo nella bellezza un elemento fondamentale per rendere “desiderabile” la conversione ecologica. E questo ci aiutò a chiarire, nelle nostre conversazioni, Giuseppina.
E quando inventammo, perciò, il Premio Liberare la bellezza, tante volte
tornò a Pescara a premiare quelle donne o associazioni che, in assoluta libertà e gratuità, per irrefrenabile impulso interiore, avevano scelto di “tessere” il filo della bellezza di un luogo, di un mestiere, di una memoria, di un progetto. E quando stampammo il libro “Premio alla bellezza”, per raccontare le persone e i momenti di questa esperienza, fu naturale dedicarlo a Giuseppina. E lo sarebbe stato comunque, anche se non fosse scomparsa a causa della “bruttezza” del male che, quotidianamente, ci ricorda quanto costi l’abbandono della bellezza nel mondo.
Perché Giuseppina c’è sempre stata, preziosa, a fianco, a cercare il senso giusto della strada. Capace di individuare immediatamente la situazione, dall’alto della sua esperienza e cultura, ponendosi però parimenti a lato lungo il cammino, militante e amica, pur in una città di provincia e marginale, lei che scriveva su una gloriosa testata nazionale, che aveva frequentato tutti gli appuntamenti mondiali per l’ambiente, che aveva incontrato e dato voce, in tutto il pianeta, a gruppi e donne e popolazioni che difendevano le proprie terre e il proprio futuro.
Se dovessi dire che cosa mi lascia come lezione esemplare, citerei due cose. La prima, la sua affidabilità generosa. Se sceglieva di starti a fianco, lo faceva in modo definitivo. Come se quel nucleo basilare di amicizia fosse la misura iniziale della nuova società per la quale ci si batteva. L’altra, la sua enorme intelligenza di lettura, la sua capacità di intrecciare il locale al globale, di saperne scrivere in modo chiaro e sintetico, cogliendone l’essenza. Ambedue aspetti del suo prezioso modo di mettersi a servizio, non come l’ospite importante, ma come colei che condivide il cammino mettendo a disposizione la sua intelligenza esperienziale e la sua competenza di pensiero, per liberare insieme un pezzo di strada. Una lezione straordinaria, che fa il paio con l’eredità di un altro straordinario amico comune, Alexander Langer. Il cammino da fare insieme: le proprie sintesi e le proprie intuizioni da offrire in semplicità, come strumenti di lavoro costruiti strada facendo e da verificare sul campo.
La grande sapienza di chi sa che il bene comune lo si può trovare solo nel cammino comune. In questo fu una grande maestra, Giuseppina. Di bellezza. E il nostro grazie per lei nasce dal profondo.