
Marica Di Pierri
La paladina bifronte di nostra Madre Terra
Empatica e solidale con tutti gli esclusi, implacabile e affilata con il potere.
A Giuseppina, tra le nostre sagge e indimenticabili madri nobili.
Poche volte potremmo usare a ragione l’epiteto di “maestra” quanto nel riferirci alla figura di Giuseppina Ciuffreda. Come giovane collettivo di donne impegnate per la giustizia ambientale abbiamo avuto modo di conoscere lei e il suo pensiero quando già le tematiche dell’ecologia, della relazione nord-sud, del razzismo ambientale erano parte fondante della prospettiva che tracciava con le sue acute analisi. A lei ci siamo sentite vicine in multipli aspetti: in quanto donne, attiviste, ricercatrici, e in quanto le reciproche scelte di campo ci hanno portato a camminare a fianco delle comunità sfruttate e contaminate del pianeta.
Giuseppina ha sfidato in tempi lontani e complessi le due culture dominanti in Italia, quella di sinistra e quella cattolica, entrambe disattente al nodo ecologico che sarebbe emerso con dirompente forza di lì a breve, denunciando la responsabilità degli intellettuali e l’enorme equivoco che voleva la cultura sovraordinata alla natura per portato e rilevanza. Ha dunque fatto il possibile per guidare la comunità degli intellettuali nostrani – sempre, in un certo, con sciatto ritardo – verso l’abbandono della concezione dell’ambientalismo “da pancia piena”, relegato a capriccio delle industrializzate popolazioni occidentali, fino ad allargare lo sguardo e a leggere nell’asimmetrico impatto dei fattori di rischio ambientale un ulteriore e aggravante elemento di ingiustizia sociale. Mettendo in discussione coraggiosamente i dogmi dello sviluppismo, ha sottolineato con forza e implacabilmente l’emersione degli effetti dell’industrialismo e la crescita, evidente, degli impatti ambientali, sociali, economici e sanitari del modello di sviluppo capitalista. Ma Giuseppina è andata oltre, legando a doppio filo la questione ecologica anche e direttamente, alla democrazia e al suo valore profondo. Ci ha fatto l’impagabile omaggio di meravigliose riflessioni sull’autodeterminazione, sui nuovi paradigmi attraverso cui agire il riconoscimento di pratiche alternative ed ha iniziato a parlare con allarme dei cambiamenti climatici quando neppure la comunità scientifica era ancora nettamente schierata in merito. Uno degli elementi di grande forza della sua personalità e della sua ricca produzione intellettuale è
sempre stata l’inguaribile ottimismo. Un ottimismo di cui sono intrisi i suoi scritti, anche nei tempi meno luminosi, che l’hanno resa agli occhi di chi la conosceva una personalità “radicale ma mai settaria”.
Nel 2015, in occasione della IV Edizione del Premio Donne Pace Ambiente dedicato a Wangari Maathai che con la nostra Associazione A Sud, la Casa Internazionale delle Donne e diversi patrocini internazionali promuoviamo annualmente dal 2012, avemmo l’onore di insignirla del Premio Speciale per il Giornalismo Ambientale “Carla Ravaioli”. In quella occasione incantò i presenti con una relazione dal calore disarmante e dalla lucidità illuminante. Promanava forza, nonostante la malattia le tirasse da tempo le redini. Toccò a me leggere, emozionata, le motivazioni del suo premio: “Tra le penne che da decenni meglio hanno raccontato in Italia e all’estero le grandi questioni ambientali e le grandi lotte sociali nate attorno alla difesa della Madre terra e dei suoi figli”. Lei rispose, sorridendo caparbiamente, in una maniera che mai dimenticheremo. “Vi ringrazio di cuore. Siete le mie figlie, quelle che continueranno il mio lavoro”. Onorate, e con tutta l’umiltà e l’abnegazione possibili, faremo del nostro meglio per non deluderla.