I vestiti dell’imperatore

C’è un problema che in Inghilterra dalla fine del Settecento i fautori del libero mercato non riuscivano a risolvere: il pauperismo. Quell’anomalia irriverente contrastava con la teoria di Adam Smith del “gocciolamento” della ricchezza, dai ricchi in giù. Perché i poveri non scomparivano? Polany analizza in profondità lo sconcerto e infine l’accettazione del fenomeno, «un prezzo da pagare per il livello più alto di prosperità», da mitigare al massimo con la Poor Law, peraltro osteggiata da Bentham e da altri con argomenti quali « i poveri lavorano solo se spinti dalla fame» (“La grande trasformazione”). Negli anni della Rivoluzione industriale un sentire diffuso li voleva gente oziosa e delinquente che non andava incoraggiata nei suoi vizi, meritevole di aiuto solo se vincolato al lavoro manuale e a comportamenti morali.
Convinzioni riprese in epoca Thatcher e per i tagli del Welfare state nell’era Blair, e che oggi tornano contro i greci «corrotti e sfaticati» così negli anni Ottanta i funzionari del Fondo monetario internazionale bollavano i paesi del Terzo mondo che, come la Bolivia, dovevano scegliere se morire o pagare il debito estero.
Nel 1990 i poveri li riscopre la Banca mondiale, più di un miliardo dopo quarant’anni di politiche dello sviluppo, aprendo un periodo di analisi istituzionali sul divario Nord-Sud. Un anno prima il Worldwatch lnstitute aveva pubblicato il rapporto “Poverty and Enviroment: Reversing the Downward Spiral” in cui sosteneva che la povertà nel Terzo mondo era un effetto del degrado ambientale e delle condizioni imposte per ripagare il debito estero. Jeffrey Sachs sta rivedendo molte sue posizioni ma nella “Fine della povertà” (2005) fa un elenco delle cause dell’arretratezza economica che esclude nettamente «l’idea diffusa che alcuni paesi sono diventati ricchi perché altri sono diventati più poveri». Per secoli però è accaduto proprio quel travaso di ricchezza dal Sud del mondo verso il Nord denunciato da Eduardo Galeano e Vandana Shiva, riconosciuto anche da Dambisa Moyo, economista ritenuta da Time tra le 100 personalità più influenti al mondo, collaboratrice del “Financial Times” e di “Economist”: la storia dell’Occidente è «la storia della sua impietosa capacità di estrarre da altri Paesi, altri continenti e altri popoli i materiali, i terreni e la forza lavoro che alimentando la sua economia potevano farlo progredire, o in altri termini arricchirlo ». Protagonisti i governi, poi con gli accordi di Bretton Woods e la nascita dell’Organizzazione mondiale del commercio il potere è passato nelle mani delle grandi imprese che, è noto, «non agiscono per il bene della popolazione ma nell’interesse dei loro azionisti», e si è consolidato con la decisione di consentire al capitale di «transitare liberamente attraverso le frontiere » (“La follia dell’Occidente” , 2009). Capofila la finanza internazionale. Scenari e attori con gli anni cambia­ no. Scendono Stati Uniti e Europa, salgono i Bric ma debito e distruzione della natura sono di nuovo al centro delle crisi che colpiscono anche i popoli dell’Occidente. Il divario Nord/Sud è mutato in concentrazione planetaria di ricchezza e impoverimento di massa. Il movimento Occupy Wall Street, come il bambino della fiaba “I vestiti dell’Imperatore”, ha urlato la verità nelle piazze del mondo.