
Wolfgang Sachs
Conversazioni a Roma e Berlino
1. Il mio primo ricordo di Giuseppina risale all’estate 1984, a cena sul terrazzo del mio appartamento di Roma. Allora parlavamo entrambi male, io l’italiano e lei l’inglese, ma siamo riusciti comunque a comprenderci. Giuseppina era curiosa dei Verdi tedeschi, mentre io cercavo di capire perché in Italia c’era poco spazio nella sinistra per il movimento ambientalista. Abbiamo poi finito con discutere di dialettica marxiana, di tecnologie e di rapporti di produzione. Io ritenevo che la tecnologia non è necessariamente una forza emancipatrice come Marx aveva ipotizzato, ma una forza a volte repressiva, come dimostrano gli impianti nucleari o lo stesso sistema di motorizzazione di massa. E ho capito perché all’epoca la sinistra marxista in Italia non poteva comprendere le battaglie dei Verdi in Germania. Attraverso le nostre discussioni, Giuseppina è stata per me una finestra sul mondoesotico del PCI.
2. Nel 2009 a Berlino riprendemmo il filo del discorso interrotto anni prima. Giuseppina abitava a 200m di distanza dal mio appartamento al centro di Berlino e visto che era arrivata in quell’ area di Berlino prima di me, mi ha introdotto alla città che lei amava tanto. Riprendendo il discorso di anni prima, le chiedevo come mai il manifesto si chiamasse ancora “quotidiano comunista”. Io lo trovavo ormai fuori luogo, visto che gli operai sono una classe in via di estinzione e comunque ormai votano a destra. Dopo qualche scaramuccia, abbiamo entrambi colto nel segno: se il manifesto si chiamasse un quotidiano “commonista”, saremmo d’accordo! Giuseppina non credeva né nel mercato né nello stato, ma nella società civile, the commons appunto. Giuseppina aveva un approccio comunitario, cercava il bene comune a livello della comunità.
3. Negli ultimi anni avevo intuito che Giuseppina si muoveva verso una spiritualità agnostica, verso, per citare il Dalai Lama, un’etica secolare. Ci mancano attualmente le parole, le categorie per esprimere il senso di ciò che risiede oltre le cose materiali. Sospetto che Giuseppina a tal proposito avesse esplorato le sorgenti della saggezza sia della tradizione occidentale che di quella orientale. Dicevamo a volte di comune accordo che bisognerebbe superare la mentalità meccanicistica che regna da Cartesio fino ad oggi, poiché questa mentalità ci ha lasciato la natura senz’anima, gli esseri viventi senza vitalità e gli uomini e le donne senza intenzionalità. Invece tutti noi viviamo delle narrative e delle immagini, anche se ragioniamo apparentemente in maniera razionale, poiché l’uomo è un animale symbolicum, secondo la definizione fortunata di Ernst Cassirer. Come resuscitare quel potere simbolico che abbiamo smarrito? Attraverso il “contare” come fa l’ambientalismo scientifico oppure con il “raccontare” come fa l’ambientalismo profondo? Sono certo che Giuseppina abbia scelto la seconda opzione.