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Lidia Campagnano - Giuseppina Ciuffreda
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Lidia Campagnano

Una rimeditazione alla luce del femminismo

Quando Giuseppina ci ha lasciate ho scritto, d’istinto, a proposito del nostro esserci disperse. Sì. Perché la relazione tra me e lei era nata e aveva messo radici in una temperie tutta particolare. Una temperie politica. Ci aveva legate l’essere nel gruppo politico delmanifesto e poi l’aver promosso – con altre: Biancamaria Frabotta, Paola Redaelli, Liliana Boccarossa – quel tipo di femminismo che non voleva rinunciare a dire la sua sulla necessità e maturità di una rivoluzione universale inedita, la più ampia, la più profonda, la più radicale. Così che il nostro disperderci, poi, ha avuto un senso che non voglio smettere di indagare. E che forse ha a che vedere con una forma di amicizia diversa da tutte le altre così come diversa da tutte le altre era la forma del nostro impegno politico.

Eppure, ora che, mentre scrivo, immagino riunite le persone a lei care per ricordarla, mi torna alla mente un momento più intimo: passeggiamo insieme a Villa Celimontana, prima di recarci alla riunione del comitato centrale del Pdup, immerse in una luce molto dolce, dorata, e lei mi racconta di sé giovane studentessa che porta sotto quegli alberi il suo bambino. Parlava di una vita molto dura ma la sua stessa voce era una lezione di coraggio, di volontà, di vitalità. Di lei pensavo che era molto romana: lontana da ogni retorica, essenziale nei valori, ironica e avventurosa. Ma appunto, consapevole delle durezze della vita fin dagli anni più giovani.

Che cosa pensasse invece lei di me, non l’ho mai saputo. Non importava. Importava un fidarsi reciprocamente di ciò che andavamo facendo. Importava il valore che attribuivamo a quel fare e forse importava soprattutto il sapere che ciascuna stava cercando, in buona compagnia, il proprio modo di essere o diventare donna in assenza di modelli ma in presenza di tutte le possibilità più innovative, più affascinanti, più libere…pagando il dovuto prezzo, s’intende. E in questo diventare donne ci regalavamo distrattamente i tesori più preziosi: racconti di amori, case ospitali, scoperte del pensiero, lunghe gonne, ottimi libri. Com’era brava Giuseppina: da lei ho imparato come si fa a riunire un gruppo di donne mai viste prima – mi portò con sé in una borgata romana di quelle toste – e a proporre loro quella cosa mai sentita che si chiamava autocoscienza. E di sicuro mi ha ispirato l’energia necessaria per litigare con dirigenti politici ostinatamente e incoscientemente maschilisti.

Ma ci siamo disperse e ora soffro di questa irrimediabile dispersione se penso che avrei voluto fare anche con lei un bilancio delle nostre vite, alla maniera dell’autocoscienza. Perché la mia ammirazione per lei è intatta ed è il bisogno di lei.

L’ho vista per l’ultima volta nel corridoio di un ospedale dove ci curavamo della stessa malattia. Ho pensato: un’altra trincea insieme. L’ho abbracciata forte, abbiamo sorriso l’una per l’altra. Mentre lo racconto, risento quell’abbraccio in tutta la sua dolcezza. Lei è ancora nel mio cuore.